Si chiama Iceland, ma la terra del ghiaccio è la terra dei vulcani. Il loro respiro si avverte ovunque: ora è il leggero odore di zolfo sulla superficie dei ghiacciai, ora è l’acre vapore sulfureo emesso in grandi quantità da camini e fumarole. Mi è bastato sentirlo il primo giorno perché mi facesse provare un costante senso di precarietà, in ogni posto dell’isola che avrei visitato.
Raggiunta la località di Efri-Vik, mi lascio ingannare dalla rassicurante sinuosità del paesaggio fino a quando non capisco di trovarmi ai piedi dell’area dominata dal vulcano Laki e dai suoi 135 crateri apertisi nell’eruzione del 1783-84, la più devastante della storia.
L’illusione si svela ai miei occhi e cambio prospettiva: nelle collinette coperte di morbido muschio, nella superficie irregolare, nelle cunette i miei occhi ora vedono enormi bolle di magma solidificatosi.
La vegetazione bassa e verdeggiante nasconde gli orrori di un inferno, la luce estiva addolcisce l’immagine di un passato non così remoto e dissolve l’inquietudine che spesso accompagna nel percorrere lande desolate, deserti di cenere o lava induritasi da pochi anni.
A Leirhnjúkur, sull’altopiano dell’irrequieto Krafla, l’inferno si mostra senza trucchi. Gas sulfurei imbiancano un minuscolo bacino d’acqua emersa dal ventre delle colline. Magma spigoloso. Vapore intrappolato fuoriesce da spifferi nella roccia nero-blu multiforme sfumata di giallo, rosso e viola.
Il vulcano vive sotto di me, respira, come se da un momento all’altro potesse riaccendersi ed esplodere. All’orizzonte una distesa di lava nera a perdita d’occhio, spettacolare e terribile pur nella sua immobilità, da istigare alla fuga in cerca di salvezza.
Accanto al cratere spento del vulcano Viti, pieno di acqua azzurrissima, l’unico suono nella zona arriva da un camino che spara, con una violenta spinta, del vapore rabbioso.
A Námafjall, in una distesa di pochi ettari di terra gialla, scoppiettano bolle di quasi un metro di diametro in buche prodotte dall’acidità dell’acqua. Ci si può appena avvicinare, camminando sulle passerelle. La terra si sfalda facilmente, si scioglie riempiendo le pozze di fanghiglia bollente.
La terra vive, fuma, freme. Resto divisa tra il desiderio di restare e quello di fuggire. Tutt’intorno solo scenari di età primitive, nell’aria zolfo e vento freddo dal Nord, e nelle orecchie gli sfoghi della terra e lo scoppiettìo delle bolle.




Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




