All’alba le pietre di Gerusalemme si colorano di rosa. Quel muro di cemento e ferro, invece, ha il colore grigio della vergogna. “Barriera di sicurezza” contro le incursioni dei terroristi, secondo il governo israeliano. “Muro della segregazione”, secondo i palestinesi.
Serpeggia nei quartieri arabi di Gerusalemme e all’altezza del confine fra gli agglomerati di Gerusalemme e di Betlemme, all’interno della Cisgiordania. E’ Giudea o Samaria per gli israeliani. Cisgiordania per re Hussein, zona occupata per gli arabi.
È Palestina. 5500 chilometri quadrati di territorio accidentato a nord, a est, a sud di Gerusalemme. West Bank, la definizione anglosassone e puramente geografica. Senza tralasciare Gaza, prigione a cielo aperto strozzata dall’embargo per 1 milione e mezzo di palestinesi.
Un tempo era Palestina. Un giorno, i palestinesi hanno avuto l’ordine di sfratto. Di fatto era una delle regioni storiche del Vecchio Testamento. Nel Ventunesimo secolo, quella terra è divisa dal mondo da un muro che si mangia i villaggi e soffoca città storiche.
Estremo nord della Cisgiordania, villaggio palestinese di Qalqilya. Da qui parte il muro, seghettato e scanalato corre imponente in Palestina, invalicabile barriera di cemento e ferro che si stende a perdita d’occhio lungo 450 chilometri sui 700 pianificati.
Alto 8 metri, protetto da reti di filo spinato, torri di controllo, elettricità. Pannelli di cemento simili ad un gigantesco domino con una quarantina di valichi agricoli e 500 check point, disseminati lungo tutta la Cisgiordania. Vita da pionieri col mitra sotto il braccio. Zoccolo duro d’Israele. Duecentomila coloni risiedono nei territori occupati, in residenze blindate collegate tra loro e con il territorio dello Stato israeliano tramite le by-pass routs, interdette ai palestinesi.
Hebron, a 50 km da Gerusalemme, è un’illusione. Chiusa la parte vecchia. Negozi bui dai portoni fatiscenti e serrati. Vuote le strade. Un vecchio con la kefiah si trascina nel vicolo dal quale spuntano donne modestamente velate. Bambini giocano nelle pozzanghere coi secchi per la provvista d’acqua, razionata.
Check-point e controlli sulla scalinata che conduce alla grotta di Macpela, la tomba di Abramo. Per entrare occorre oltrepassare sei controlli. Giovani e gentili i soldati israeliani, molte sono ragazze. Sono lì malgrado loro. Molti dissentono.
Nelle campagne, distese di terra dove giacciono monconi di giardini di limoni e di ulivi simbolo della Palestina e fonte di sostentamento. Terra brulla e sassosa, coi muri a secco a delimitare i campi. Qualcuno zappa la terra in compagnia d’un asino e qualche capra.
La Valle del Giordano, ferita aperta del conflitto israelo-palestinese. Si estende dal lago di Tiberiade, a nord, giù fino al Mar Morto, lungo la riva est del fiume Giordano. Per il clima ottimale, la ricchezza del sottosuolo e l’abbondanza di risorse idriche questa valle era nota come “il granaio della Palestina”.
Colline dolcemente brulle, terre riarse dal sole ma punteggiate da innumerevoli ciuffi di verde scuro. Anche Betlemme è lambita dal Muro. Benché si trovi all’interno della Palestina, qui come a Gerusalemme est e a Ramallah affonda, oltre il confine.
Torrette d’avvistamento e fari per la notte, il muro compie un percorso sinuoso, separa la tomba di Rachele dal resto della città, per poi perdersi con la sua serpentina oltre il crinale delle colline. Odissea e tormento girare per le vie di Betlemme. La Basilica della Natività, la Grotta della goccia di latte. Nulla può distogliere lo sguardo da quel muro di fronte al quale lo sdegno supera l’impotenza.
Dall’altra parte c’è Israele coi suoi cieli chiari controllati, il bel mare azzurro di Tel Aviv stretto dai deserti e dalle spiagge rosse di Eilat. C’è il Mar Morto con gli alberghi di lusso, le grotte di Qumeran, En-Gedi, oasi favorita di re Davide.
At-Tuwani, un pugno di case color della roccia affogate nel sole. È giorno di festa. Leila sposa Jamal. Veli colorati, ghirlande di fiori sulla porta di casa, tavole imbandite nel cortile. Oggi si balla la “dakba”, danza tradizionale palestinese. Oggi quel muro è lontano.(continua)





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