Succede che ti assalga la nebbia. Capita che qualche chicco bianco d’improvviso invada il cielo, e poco dopo un sole invincibile saluti tutti i palazzi, i campanili. Basta un momento rapito. Basta qualche linea architettonica che s’impossessa del proprio sguardo, e la magia è servita. Un nuovo segreto visivo che potrai accendere quando vorrai.
Di ritorno da una visita a un’amica al vicino Ospedale Civile, prendo calle Bressana per ritornare al pontile. Non faccio tempo ad attraversarne neanche metà che una fitta (e improvvisa) pioggia si rovescia sulle mie spalle non troppo coperte. Per fortuna che nella vicinissima fondamenta dei Felzi, mi posso rifugiare nel sotoportego (sottoportico).
Mentre l’acqua inzuppa ulteriormente la città lagunare, mi accovaccio per terra. Accendo una sigaretta per riscaldarmi un po’. Via via che il concerto di Madre Natura si fa sempre più intenso, nuovi aromi si diffondono nell’aria. Come uno stonato riciclatore verbale disneyano, intrattengo il creato con la mia voce quasi tremante.
Passa una mezz’ora abbondante. Finalmente il diluvio si placa. Salgo frettoloso sul vicino ponte dei Conzafelzi. Inciampo sui gradini scivolosi. Mai caduta fu più sorprendente. Davanti a me, un’abitazione in mezzo al canale. Al suo fianco, due ponti (dell’Ospedaletto e Tetta). E dove sono io, il terzo vertice di un ipotetico (e incredibile) triangolo architettonico.
Chiederei troppo se adesso pretendessi un arcobaleno? Il canale “corredato” da questo terzetto di ponti, così come questi stessi, non hanno certo il pedigree di quelli più noti. Approdano le barche dei residenti. La biancheria è stesa di fuori. Inizio a frettolosamente a disegnare una sorta di schizzo. Mescolo pensieri.
Poi un’esplosione. La mia mente squarciata da una reminiscenza-ritornello della dolce/malinconica My lover’s box, della rock-band Garbage, la cui voce era affidata alle delicate corde vocali della bellissima cantante scozzese Shirley Manson: “Mandatemi un angelo da amare/ho bisogno di toccare un piccolo pezzo di Paradiso”.
Non riesco più ad andarmene. Sulla ringhiera trovo un fiore appollaiato. La posizione mi sembra troppo poco casuale. Forse per qualcuno questo ponte ha significato un primo bacio. Gli rubo un petalo riponendo il resto al suo posto. Lo faccio cadere verso l’acqua. Lo guardo mentre volteggia nel vuoto prima dell’impatto. Resto beatamente tramortito dalla dolcezza di tutto ciò che mi circonda.
Non mi nascondo. Sorrido. Penso a te.




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