Piazza Istvàn Dobo a Eger - Foto tratta da Wikipedia
Molto più tardi delle Termopili, molto prima di Stalingrado. Un manipolo ristretto di uomini, capace di fronteggiare l’avanzata di un esercito feroce e infinitamente più numeroso. Senza la stoica resistenza della fortezza di Eger all’invasione turca nel 1552 (i resti di un minareto ricordano dove si interruppero i progetti di espansione dell’impero ottomano), forse gli attuali assetti geopolitici europei non sarebbero gli stessi.
Narra la leggenda che, durante il terribile assedio alla roccaforte ungherese, i suoi valorosi abitanti usassero bere forti quantità del vino rosso locale, dal gusto corposo e deciso, per farsi coraggio prima di lanciarsi in battaglia. E che le loro barbe macchiate di rosso scuro incutessero tale timore nei soldati turchi, da far credere loro che gli ungheresi avessero bevuto sangue di toro per aumentare la propria forza.
Memori di quell’episodio mitico, gli abitanti della rocca decisero di chiamare la loro “pozione magica” Egri Bikavèr (letteralmente Sangue di toro di Eger), ancora oggi è uno dei vini rossi da esportazione più conosciuti al mondo.
La città di Eger, sorta tra le colline di Màtra e Bükk, sovrasta infatti una delle aree viticole migliori d’Ungheria, e i suoi vini vengono conservati e protetti in cantine scavate nel tufo di origine vulcanica della Szèpasszonyvölgy (la Valle delle Belle Donne).
A onorare questo immenso “patrimonio” enologico, tre volte all’anno si apre una sorta di “Strada del Vino” (a luglio, in occasione della festa di San Donato, a settembre, durante la vendemmia e a dicembre), lungo la quale le cantine di Eger e di 17 comuni limitrofi spalancano le porte agli avventori, per degustazioni di nettare degli dei e specialità gastronomiche locali.
Per chi invece non vuole concedersi solo un buon bicchiere di vino, ma andare alla scoperta delle meraviglie della natura, basta spostarsi di circa 100 chilometri a nord per scoprire ed ammirare un altro patrimonio, sotterraneo e quindi ben celato agli occhi, ma ugualmente affascinante.
Il Parco Nazionale di Aggtelek è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1995. La ragione di questo riconoscimento risiede nelle splendide grotte di stalagmiti e stalattiti racchiuse nei circa 20.000 ettari di superficie della riserva naturale. La più famosa e visitata tra le spelonche aperte al pubblico è la grotta di Baradla, una formazione geologica che si estende fin oltre il confine con la Slovacchia.
Il Vörös-to (il Lago Rosso) che si trova ad uno degli ingressi della caverna , è il “porto” di partenza per escursioni nell’antro lacustre: l’ausilio dell’imbarcazione rende giustizia allo spettacolo luminoso che si crea tra l’acqua e le stalattiti riflesse. Una gigantesca stalagmite, 8 metri di diametro come base per 25 metri di altezza, lascia poi a bocca aperta tutti i visitatori.
Sempre in una grotta, ma nei pressi di Miskolc, si trovano le terme Pazár lstván sétány, con acque curative ideali per traumi articolari e aria portentosa contro asma e bronchite.

Al centro della Valle d’Ampezzzo, la cittadina bellunese giace soavemente incastonata tra il Cadore (a sud), la Val Pusteria (a nord), la Val d’Ansiei (a est) e l’Alto Agordino (a ovest).

Due spedizioni hanno portato alla luce inestimabili reperti bhuddisti in una grotta dell’Upper Mustang. Secondo gli esperti potrebbero svelare il segreto di Shambala, il paradiso himalayano raccontato dallo scrittore britannico James Hilton.

Una collezione unica al mondo di 42 sculture ricorda gli anni della dittatura comunista in Ungheria. Sono state tutte “alloggiate” alla periferia della capitale magiara. Lontane da un passato pesante.