Terra del sole nel nord Africa, lambita dalle acque del mar Mediterraneo. A poche ore di volo dall’Italia. Così vicina geograficamente e così lontana per usi, tradizioni e stile di vita.
Bellissima Tunisia. Nonostante alcune zone siano aride, il Paese è ricco di oasi e di oliveti. Alberi verdi su un manto lussureggiante, in mezzo al nulla. Chilometri e chilometri di olivi il cui profumo si diffonde nell’aria.
Uno degli aspetti più suggestivi di questo luogo è la sua storia. Antica e presente al tempo stesso. I siti archeologici, infatti, regalano emozioni ancestrali. Sensazioni che sembrano voler riportare il viaggiatore ad un passato che gli appartiene perché l’Africa è considerata come la terra del ritorno. Di tutti.
In una regione meridionale, un po’ isolata, lontana dalla frenesia delle città tunisine, si estende il golfo del Gabès, confinante con la Libia ed è qui che si staglia, dinanzi ai visitatori increduli, uno scenario da fine del mondo. Letteralmente.
Ed è uno scenario noto anche a quanti non hanno mai messo piede in Tunisia. E’ qui, in effetti, che viene filmata una parte dell’appassionante saga di Star Wars (Guerre Stellari), creata da George Lucas negli anni Settanta.
Il paesaggio ben si presta alle ambientazioni cinematografiche. E’ una distesa pianeggiante di arbusti, intervallata da valli e da scarpate montane. Il colore predominante è un intenso giallo ocra, misto a rosso. Uno spettacolo surreale e lunare, o meglio marziano, data la tonalità dello scenario.
E’ come osservare il nulla a perdita di occhio, ma un nulla fatto di curve di rocce, di colline aride e dall’aspetto aspro, di crepacci sui quali volare con la fantasia per immaginare di essere Luke Skywalker oppure Obi Wan Kenobi.
A quasi una cinquantina di chilometri, a sud ovest di Gabès, si scorgono, con non poca difficoltà iniziale, le case trogloditiche di Matmata. Non c’è altro luogo come questo. Qui, la storia è scritta sulla sabbia, sulle rocce. Matmata è il nome delle tribù berbere rifugiatesi in questa regione. Tribù che vivono ancora come i loro antenati.
Appena si giunge a Matmata, si ha la sensazione che mille occhi osservino ogni passo del viaggiatore, che ci sia un mondo di persone da qualche parte. Ma non le si vede. E’ così. C’è un mondo. Un mondo invisibile, celato e scavato sotto terra.
Le alture, alcune delle quali raggiungono i settecento metri, sono separate da fosse molto strette dove crescono pochi fichi e olivi, piante di orzo ed alcuni timidi palmeti. Unica attività degli abitanti locali che vivono nei piccoli crateri.
Ciascun cratere è, di fatto, un’abitazione. Case nelle rocce a cui si accede attraverso una sorta di corridoio. Fresche e ombrose d’estate e tiepide d’inverno.
E’ l’uomo che si adatta alla natura e non il contrario. Una galleria conduce ad una specie di pozzo e ad un forno realizzato con argilla. E’ quello che le donne tunisine usano per fare il pane. Un sottile impasto di forma rotonda.
Nella parte più alta della casa trogloditica, in alcune nicchie, si conservano le granaglie, i cereali. Unico neo di questo luogo è rappresentato dal turismo di massa. Per questo motivo, chi apprezza la scoperta in maniera discreta, si reca nel villaggio di Matmata ad orari insoliti.
In ogni caso, il panorama, soprattutto al tramonto, rende trascurabile anche la folla di turisti. Basta tenere gli occhi fissi sul paesaggio per dimenticare ogni altra cosa. Basta ascoltare la voce del silenzio che si infrange contro le rocce in lontananza. Basta pensare, un po’ scherzosamente, che “la forza sia con te”.





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