Le ultima pattinate. Gli ultimi pupazzi di neve. Le ultime corse sugli sci. Le piste stanno per chiudere. Le montagne cominciano già a svelare il loro nuovo colorito. Non un più un soffice bianco panna, ma svariate gradazioni di verde vegetazione. Presto diventeranno mete di innumerevoli escursionisti.
In attesa che tutto finisca, decido di concedermi una sciata come non mi succedeva da più di un decennio e mezzo. Tutti mi hanno detto che è come andare in bicicletta. Basta poco e riprendi il ritmo. Sarà. Noleggiati gli sci, prendo lo skilift e arrivo fino in cima. Non cado. E’ già qualcosa
Nel salire, c’è una bimba con un casco rosa davanti a me. Le mie racchette sono più alte di lei mentre la picola non le usa. Si stacca un po’ prima di me, e la vedo andare giù sparata. Con i suoi piccoli sci chiusi a spazzaneve per frenare. Sono sorpreso. Chissà cosa mi succederà adesso.
Una volta in cima, prima di iniziare con lo sport, sento altri doveri occuparmi la mente. Dalla tasca della tuta, tiro fuori la macchina digitale iniziando a sezionare il bosco. La panoramica da quassù è notevole. Lingue bianche inframmezzate dalla vegetazione primaverile. Alla mia sinistra, Sesto (BZ). Alla mia destra, Moso (BZ).
Parto. Non capisco per quale misteriosa alchimia, ma le mie gambe si muovo in perfetta sincronia. Rischio un attimo solo quando incoccio della neve fresca, per il resto, effettuo curve, frenate e sfreccio a “uovo” come se l’avessi fatto per tutti questi anni senza una pausa così epocale.
Sono già sullo skilift, che i doveri di reporter (per fortuna) mi rapiscono. Dalla parte opposta della pista (sempre una zona battuta comunque), qualcuno ha costruito una sorta di caverna di neve con entrata e uscita. Più avanti, ce ne sarebbe anche un’altra più piccola. Mi devo avvicinare.
Arrivato a ridosso, sono costretto quasi a camminare con gli sci, a causa di un pezzetto di terra emerso che rischia di farmi inciampare. Sono dentro. Sta gocciolando. Il sole è caldo. Non c’è neanche bisogno dei guanti. Un bambino mi dice che sta crollando. Non cedo alla provocazione, e resto un paio di minuti a fissare tutto quello che posso. Dentro la neve.
Esco. Non riesco ancora a scendere. Mi limito a scivolare longitudinale alla discesa, per carpire ogni dettaglio. Le nuvole vanno e vengono. Con lo sguardo saluto i tre cannoni spara-neve posti in cima. Per questa stagione, hanno finito di lavorare ormai. Mi rigiro. Diritto. A braccia (e racchette) aperte. Arrivo in un lampo a valle.





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