Lhasa: Il Potala, antica residenza del Dalai Lama © Tonj Lardani
La luminosità dei quattromila metri avvolge l’altopiano. Al collo la “katak”, sciarpa bianca dono di un Lama di Ganden. Negli occhi il blu del “lago a forma di scorpione”. La strada costeggia il fiume Kyl, un affluente dello Tsango, fino a quando dalla foschia e dai fumi della capitale emergono gigantesche le mura del Potala a 3500 metri di altitudine.
A Lhasa, che in tibetano significa “Trono di Dio”, colpisce subito l’estrema incomunicabilità tra tibetani e cinesi. Apparente indifferenza. Reale ostilità. Un muro incrollabile tra due mondi che vivono in una dimensione culturale e ideologica assai diversa. Il lungo viale è la barriera che divide in due la città.
Da una parte batte il ferro di un cantiere in fermento. Cresce a dismisura l’universo cinese. Palazzi uguali nella loro informità. Precarie tettoie di lamiera. Ingombranti alberghi dal gusto discutibile che poco s’abbina al misticismo e ai colori di Lhasa. Odore di cemento.
Dall’altra batte il cuore dell’antico centro. Piccoli balconi ornati di nero. Bandierine votive. Bettole e dormitori pubblici. Bianche case basse sagomate di rosso, tutte raccolte nello spazio che va dal Potala al Jokang. Odore di burro di yak. Fragranza d’incenso.
“Il Potala: che fascino, che grandiosità. Anche dopo anni di soggiorno era impossibile per me conoscere tutti gli anfratti” (dalle memorie di un Dalai Lama). Fuso con la montagna rocciosa, sovrasta la città. Tetti e grandi draghi dorati, quindici piani, mille stanze capaci di ospitare fino diecimila monaci.
Illuminate solo dalla tenue luce delle candele tenute sempre accese dai religiosi, preziose raffigurazioni di Buddha e Dalai Lama assumono i volti di autorità divine dalla serietà inquietante. Nel labirinto di stanze, pitture e mandala d’oro, tappeti e broccati. Lunghi corridoi laccati di rosso dalle grandi finestre coperte da tendaggi esterni.
Quanto il Potala, relegato a ruolo di museo ricco di tesori, appare vuoto e deserto, tanto il Jokang e l’affollata via del Barkor pulsano di vita e d’energia. C’è l’anima del Lamaismo nel “Gonpa”, felice connubio d’arte tibetana, nepalese e cinese. Meta costante di pellegrini e fedeli. Roccaforte inespugnabile.
Sacro e profano. I pellegrini percorrendo per tre volte in senso orario il Barkor. Gestualità spirituale di volti, suoni, linguaggi. Salmodiare, chiacchierare, comprare. Divino perimetro che circonda il Jokang. Via di preghiere, mercato, punto d’incontro e manifestazioni politiche.
Di fronte, nella grande piazza fervono trattative tra tibetani delle montagne e i pochi “stranieri”. Zimarre ricolme di pietre grezze, collane fatte a mano, anelli acutamente esposti tra i capelli. Oltre i fumi dell’incenso, al di là della cortina profumata, non si contratta più. “Om mani padme hum”. Si prega.
Al sorgere del sole i bracieri ardono e il fumo sale fino alla ruota del Dharma sorretto da gazzelle d’oro. Si prega facendo scivolare il corpo sulle pietre rese lucide dall’uso. Donne dai lunghi abiti neri fermati alle caviglie con nastri, s’inchinano a terra fino a distendersi completamente. Genuflessioni rituali, “ciak”.
All’interno, il Jokang vive nell’ombra tremolante di centinaia di lumini allineati sotto i sacri Thangka. Loculi fitti di Buddha e dipinti offuscati dal fumo denso. Il venerato Jobo, solo in una nicchia in fondo al tempio, pare abbia trovato la pace assoluta.
Un’immagine che lascia attoniti, carica di grande intensità. La voce profonda dei Lama assorti nelle Sacre Scritture, l’eco acuto dei pellegrini in preghiera. Fiammelle di lampade votive. La luce che scaccia le tenebre dell’ignoranza.
L’ignoranza nei nuovi palazzi del potere, dei volti rugosi bruciati dal sole troppo forte. L’ingenuità dei nuovi “coloni” cinesi, volontari o confinati provenienti da province sperdute dell’impero. Confusi, arrabbiati, delusi. Ostili.
Paese di forti emozioni. Nei monasteri, di fronte ai volti di Buddha, tra i fumi del Jokang, nella solitudine di grandi spazi. Ma con la mente sgombra da pulsioni, senza cadere nelle paludi dell’esotismo magico, il Tibet è una terra dura. Monaci e laici lottano ogni giorno contro un “clima” che arde di giorno e gela di notte, nell’eterno presente defraudato dell’antica magia e della libertà. Tashi delè. (3. fine)

Viaggio nell’Oriente mistico, in compagnia di qualche scimmia, fra i tempi induisti dedicati a Kali Bhairava (Shiva nel suo aspetto terrifico), le statue del Buddha e gli sguardi dei monaci in preghiera.

Viaggio nella regione bagnata dallo Shannon per scoprire il castello dei conti di Thomond e un villaggio irlandese ricostruito pietra su pietra. Dove la storia e le tradizioni di un popolo vivono oltre il tempo.

Viaggio nella Città Sacra degli Induisti, per un faccia a faccia con chi vuole dare alle nuove generazioni più povere una speranza e solide basi culturali per cambiare la propria vita.