Gioco di luce e ombra colora i primi momenti dell’alba nella vallata tibetana. Gli yak tornano al pascolo coi campanelli che riempiono l’aria di musica. Animali forti, vitali nella semplice economia tibetana. Lana e pelle per gli abiti caldi dei nomadi. Latte per il burro da bruciare nei templi e condire la “tsampa”, escrementi per scaldare le case.
Seguiamo le strade dei pellegrini, percorse dai musulmani del Turchestan, dagli induisti verso le sacre montagne del Kailas, dai buddisti d’Oriente per raggiungere i monasteri di Kum Bum, Tashilumpo fino a quelli di Lhasa. Sulle orme dei primi esploratori europei, spinti dall’avventura o in cerca di un rifugio per lo spirito.
Non c’è l’uomo negli immensi spazi aperti e vuoti. In lontananza chiazze scure, accampamenti di nomadi sulla via del niente. In totale libertà, loro. Lontani dalle città, dai commerci. Inseguiti dall’eco di quella voce che scuote le coscienze in nome di una spiritualità senza uguali che resiste alle pressioni della cultura cinese.
Muggito profondo di trombe. Proviene dal ventre del monastero di Sakya. Con le sue mura grigio-rosate che si allungano sul fianco della montagna è l’unico centro sacro rimasto intatto della “setta dei berretti rossi”, i lama che nel Duecento, con l’appoggio dei Khan mongoli, per primi presero il potere temporale e spirituale, in Tibet.
Un’anziana donna prega facendo ruotare i cilindri devozionali, alla base della grande parete. All’interno statue di Buddha, divinità tantriche e un gruppo di giovani monaci che salmodiano preghiere. Il tempo incombe su una realtà chiusa e segreta.
Violenti temporali di fine estate ingrossano i corsi d’acqua e la pista diventa melmosa. L’aria rarefatta, lo sforzo nel titar fuori le ruote dal fango, la comparsa della nebbia, lunghe ombre della sera. Tutto offusca la mente e fiacca il corpo.
C’è sempre un premio al disagio e alla fatica. E’ fierezza quella che si legge nelle rovine e nei bastioni di Gyantze, sul crinale della montagna a 4000 metri. Mura fuse nella rugosità del terreno. Pallido distacco dalle vicende del mondo moderno.
Kum Bum domina la lunga distesa dei piatti tetti sulle basse case. Allineate una accanto all’altra come un’interminabile deposito d’ auto. Orli d’oro del grande “Stupa” brillano alla luce del sole. Sul lungo viale sterrato, calessi e qualche bicicletta. Unici mezzi di trasporto.
Qui la vita è un mistero, nascosto nei grandi occhi del Buddha alto 25 metri, e nel labirinto del monastero, tra le oscure stanzette stracolme di effigi drappeggiate di rosso porpora. Storia di intere generazioni, racchiusa tra le migliaia di opere ordinate e disposte nella preziosa biblioteca.
Verso sera l’aria fredda non impedisce la salita al castello di Gyantze. Si accendono luci simili a fiammelle sulla cittadina e il tramonto sfuma sulla vallata. Silenzio interrotto solo dal latrare dei cani e dal sibilo del vento che sfiora i bastioni per perdersi nei labirinti dell’emozione.
Una piccola strada sale a serpentina nel silenzioso sottobosco fino all’immenso monastero di Schigatze. Il Tashilumpo, fondato dal primo Dalai Lama nel 1447 e sede storica del Panchen Lama, massima autorità del buddismo tibetano dopo il Dalai Lama. Fortunatamente scampato alla dinamite, tutto complesso è ricco di inestimabili tesori.
Non resta che osservare i pellegrini che arrivano da ogni dove assemblati davanti all’ingresso e poi seguirli sulla ripida scalinata fino alla luce fioca di una grande sala
dove inizia la Puja. Un monaco soffia sulla tromba appoggiata al pavimento. Ai lati della sala, grandi pilastri ricoperti di stoffe sgargianti.
Profonde e ripetitive litanie accompagnano il salmodiare dei monaci. L’odore di burro di yak di centinaia di lumini, cattura l’aria. Offerte votive, bigliettini, ciotole di orzo e frutta per i Buddha e Dalai Lama, testimoni dell’eclettica capacità espressiva dell’arte tibetana.
Un vecchio chorten corroso dal vento, invaso dai licheni e con le preghiere sbiadite dal sole, segna la strada per Ganden, il più grande gruppo di monasteri del Tibet, distrutto dalla dinamite. Dall’alto del crinale tra le montagne lunari e la verde vallata di Lhasa, solo ruderi. Un monaco appare dal nulla. Uno click l’ha fissato per sempre.
Nell’unico monastero si insegnano pratiche esoteriche, contemplazione e meditazione. Un mondo ovattato, protetto che affonda le radici nell’armonia tra uomo e universo. Stupore quando gli occhi si abituano alla penombra. La sala delle preghiere è deserta, silenziosa. Sulle lunghe panche solo pepli rigidi, imbalsamati. Vuoti.
Un altro sacro guardiano del fondovalle indica la via per Lhasa tra fazzoletti di fiori gialli che si perdono nel bruno della terra. Fino al passo Karo-la, a 5045 metri. In basso incastonato tra magnifiche vette lo Yamdrok-Tzo, il lago Turchese. Un’oasi fuori dal tempo. Dentro l’immaterialità dell’emozione. (2. continua)






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