Tibet. Monaci, i protagonisti della rivolta tibetana © Tonj Lardani
La pioggia spazza via il languore della notte nella vallata di Kathmandu mentre una nebbia umida sale lungo la strada stretta che rincorre la montagna. Circa centodieci chilometri separano la capitale nepalese dalla frontiera tibetana.
Verdissime risaie aperte a ventaglio e l’intricarsi confuso delle foreste, sbiadiscono man mano che si sale. Dall’alto, la strada segue il fiume che si snoda come un grosso serpente. Cascate d’acqua precipitano dalla parete rocciosa invadendo quella che ormai è solo una pista corrosa da frane.
Il sentiero taglia il paesaggio e attraversa leggende. Il posto di frontiera appare quando le colline terrazzate, assorbite da basse nuvole, sfumano in montagne appena ricoperte di vegetazione e la strada sospesa sul burrone s’infila in una stretta gola.
Quattro baracche in legno mangiate dall’umidità e un brulicare frenetico di sherpa, segnano il confine tra Nepal e Tibet. Kodari (1773 m.), come tutti i punti di confine è fermento d’umanità. Uomini e bambini coperti di vecchie giacche, caricano gli zaini in eccitato trambusto. Sul viso burro di yak. Resistenza fisica, astuzia e velocità. Gli sherpa.
Oltre il ponte, superati due cheeckpoint c’è il Tibet ( Xizang, per i cinesi) sospeso a 4.000 metri, portato su a metà cielo. Abitato dagli spiriti dell’acqua, dell’aria, della natura e da sei milioni di persone tra monaci e pastori, e nove milioni di cinesi per lo più di etnia HAN.
In alto, sopra l’estremo villaggio strozzato dalle montagne, c’è Zagmu (Khasa) a 2.300 m. di altitudine. E’ il primo impatto col Tibet. E’ scontro con la burocrazia cinese. Inutile pianificare movimenti. Ricerca dei mezzi di trasporto, cambio di programmi, frane delle piste. Adattamento all’altitudine. E’ tempo di abbandonarsi al proprio destino e lasciare alle spalle spazi e tempi d’Occidente.
La strada conclude i morbidi saliscendi per iniziare un’incalzante scalata verso i 4000 metri dell’altopiano, inquadrato dalla catena dell’Himalaya. Vicino alla strada, qualche rettangolo di campi coltivati. Poi sassi, rocce, ciuffi di vegetazione. Abbracci verdi e carezze di vento.
Nyalam (3.750 m). L’Everest, Chomolungma in tibetano, veglia immobile. Il Tibet si accende dei suoi toni duri, le montagne s’innalzano come grossi pugni scuri e il vento freddo costringe gli abitanti a rinchiudersi nelle case in attesa della clemenza del sole. Un sole che brucia e non scalda.
Tibet favoleggiato, mistico e misterioso, dall’impenetrabilità naturale. “Peu yul” in tibetano, rifugio di una spiritualità senza eguali. Paradiso di purezza visto con la nostalgia di chi è soffocato dal trambusto del mondo occidentale. Natura e uomo. Anima e vento. Emozioni sottili e violente.
Sul passo di Lalung, che supera i cinquemila metri di altitudine, l’aria è tersa. Affanno. Si alza un vento freddo e pungente che penetra nella pelle. Un “chorten”, ricettacolo di offerte. Centinaia di bandierine colorate garriscono al vento. Immagini e parole su quadratini di stoffa scolorite dal tempo. “Riempiono l’aria di bene” le preghiere tibetane. Più vicine al cielo che in qualsiasi altra parte del mondo.
La pista scende pericolosamente nell’infinito orizzonte. Un piccolo villaggio. Sterco di yak essiccato sulla parete delle casa di fango. Grappoli di bambini: “cusci, cusci”, per favore. Chiedono solo un regalo, un ricordo, una penna, una foto del Dalai Lama. Mai denaro. Baciano la foto, la posano con rispetto sulla testa e scappano via.
Agricoltori e pastori. Uomini alti, forti, con la zimarra ricadente sui fianchi. Copricapo in pelliccia di volpe. Chiassosi e curiosi. Le donne indossano lunghe gonne nere, una sopra l’altra, stinte dall’uso e da strati di polvere. Rigidi corpetti colorati e lunghe trecce lucide di sebo e burro.
Offrono il “chà”, té con burro acido di yak. Raggi di luce filtrano dalla porta a sfiorare volti segnati dal sole e dalla fatica. “Tashi delé”, ciao-arrivederci. Fuori tutto è maestoso, la luce accecante. La natura è padrona. Si accendono i verdi dei campi di “gingke” (orzo), il rosso delle rocce, il giallo dei fiori di rapa. Sotto un cielo blu cobalto, la strada prosegue per Tingri (Xegar).
Staticità serena a Tingri, platea naturale di uno scenario inquietante. Immagine eterna e sontuosa. Montiamo le tende nella radura. In mezzo al nulla e al tutto. Un muto grido si strozza in gola. Le cime dell’Olimpo himalayano. Chomolungma (l’Everest) e il Chowowuyag (il Cho Oyu).
E’ una bella giornata di fine agosto. Le correnti da nord soffiano via la bianca foschia che ci separa dai picchi. Le nuvole ingarbugliate si dissolvono e l’azzurro si apre da un orizzonte all’altro, ingentilito dalla morbida luce del pomeriggio. Senso di pace, immensità e libertà per questi spazi enormi. E di potenza per le mitiche montagne.
Arriva la sera nella vallata, e il freddo ferisce. Una bottiglia di “chang” e la “tsampa” (farina con orzo) temprano il corpo. L’ anima è rapita dal silenzio denso, interrotto solo dal passo felpato delle mandrie di yak che tornano al piccolo villaggio fumante. Sopra la notte il resto del mondo scruta l’abisso dei sentimenti. (1. continua)

Da Kargil a Leh, cuore del Piccolo Tibet. Templi e stupa stretti nelle valli, monasteri arroccati sulle montagne himalayane dove vento e sole dominano la natura. Lamayuru, Alchi, Spitok, Hemis, Thiksey. Respiro di vita a quota Quattromila.

Viaggio nella regione bagnata dallo Shannon per scoprire il castello dei conti di Thomond e un villaggio irlandese ricostruito pietra su pietra. Dove la storia e le tradizioni di un popolo vivono oltre il tempo.

Viaggio nella Città Sacra degli Induisti, per un faccia a faccia con chi vuole dare alle nuove generazioni più povere una speranza e solide basi culturali per cambiare la propria vita.
ottimo!
spero di poter seguire questo tragitto anch’io l’anno prossimo, ormai per questo e’ troppo tardi..
Grazie, spero proprio che tu (non so chi sei) possa veramente fare questo splendido viaggio. E’ un’esperienza unica. Buone vacanze marta
non importa chi sono, diciamo un viaggiatore accanito
avevo programmato questo viaggio per l’estate del 2008, poi con i casini delle olimpiadi ho dovuto rimandare tutto; quest’anno sono arrivato tardi visto che a quanto ho capito il mese migliore per fare la traversata e’ agosto
..speriamo che riesco per l’anno prossimo
ps complimenti per il blog, molto carino!