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Tangeri, la porta chiusa a chiave 1 - foto : IMG_4438 © elyob
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29.10.2007

Tangeri, la porta chiusa a chiave 1

di Lorenzo Mazzoni

Sul traghetto della compagnia marittima Balearia gli emigranti che tornano a casa invadono il lungo pontile. Parlano forte, animatamente. Sono tutti uomini. Le donne, invece, siedono in coperta, e non parlano. I marmocchi corrono e gridano. La giornata è molto calda.

Oltre agli emigranti marocchini qualche famiglia spagnola, comitive di tedeschi di mezz’età, due svedesi a petto nudo a prendere il sole. Al porto di Tangeri, dopo aver sbrigato le formalità doganali, tutti i nostri compagni di traversata scompaiono.

Chi parte direttamente per il sud, chi per la costa atlantica, chi per le città imperiali, chi per un alloggio nella parte moderna della città, sul lungomare Mohammed VI, puntellato dagli alberghi di lusso e dai casinò sfavillanti.

Noi non possiamo scegliere, perché dopo due minuti dal timbro dei passaporti, Abdul è già diventato la nostra guida. Abdul ha scelto per noi: Pensione Palace, nel cuore del Petit Socco, un unico letto matrimoniale, una colonna di formiche giganti fra la finestra e il lavandino incrostato, la meravigliosa vista delle terrazze coi panni stesi.

Non siamo potuti rimanere a rimirare il nostro nuovo alloggio perché Abdul ci ha infilato dolcetti in bocca, ci ha condotti per stradine impervie e piene di gente, ha salutato migliaia di conoscenti e ci ha riportato indietro, sulla piazza del Petit Socco e, con un sorriso, ci ha invitato a bere qualcosa sulla terrazza del Cafè Fuentes.

Nella sala grande gli avventori, per lo più anziani, guardano una partita di calcio alla televisione. Sul balcone stretto qualcuno gioca a dama. I più osservano il flusso della piazza, la gente che passa di sotto.

Al Petit Socco (suk, in spagnolo, retaggio dell’occupazione degli sgherri di Franco durante il secondo conflitto mondiale o forse di quell’orizzonte che si chiama Europa e in primis Spagna, primo Paese dall’altra parte dello stretto) non ci sono più le spie internazionali con i loro profumi raffinati, non c’è più odore della poesia di Kerouac o dei romanzi allucinati di Borroughs.

L’unico aroma che si percepisce è quello dell’Africa, dell’Africa nera e illegale che qui, su questo spiazzo rettangolare, si mischia con l’aroma dei contrabbandieri, dei venditori ambulanti, dei perdigiorno e dei trafficanti di kif. I figli dell’Africa nera sono arrivati qui per compiere il grande balzo al di là dello stretto, molti di loro hanno perso lo slancio e vagano per la città vecchia, urlano, sussurrano, guardano e vedono tutto.

Poco importa se l’Unione Europea ha intensificato la collaborazione con il Marocco, dando addito alla polizia di Tangeri di inasprire i controlli e le sanzioni verso gli immigrati trovati senza documenti di soggiorno.

Nonostante il rischio di essere internati nei campi fuori città o di essere rispediti nel loro Paese d’origine, gli immigrati strisciano nei vicoli intorno al Petit Socco, stanno seduti ai bordi della piazza, accorrono, ad uno schiocco di dita di Abdul, per portargli le sigarette ed accendergliele, per consegnargli piccole listarelle di hashish, che poi lui scalda e fuma, guardando la lenta continua processione della piazza.

Jan Potocki, nel suo, Viaggio nell’Impero del Marocco compiuto nell’anno 1791, non parla molto di Tangeri. Rimane tre giorni, fa un’ultima luculliana cena a casa dell’Ambasciatore di Svezia nei sobborghi a sud della città e poi parte.

Nell’anno 1791 Tangeri è ancora piccola, insignificante, poco aperta ai traffici internazionali. Potocki arriva troppo presto. Cent’anni più tardi la città ha quadruplicato la sua popolazione, ci sono ebrei, mussulmani, tedeschi, spagnoli.

Camille Saint-Saëns, organista e compositore nazionalista francese, arriva proprio qui, al café Fuentes, che allora era anche una pensione per europei, dopo la sconfitta del 1871 della Francia contro i prussiani. Fonda la Société Nationale de Musique, proponendosi di esaltare i valori nazionali della musica francese.

Se la supremazia in campo politico-militare è tramontata, bisogna salvaguardarla sotto il profilo artistico-culturale. Saint-Saëns cerca di spiegare le sue teorie ai trafficanti europei che con lui animano la balconata del Fuentes, lo sussurra alle prostitute dagli occhi liquidi che alla notte si porta nella sua stanzetta spoglia, blatera di musica, astrologia ed esoterismo.

Si fa assorbire dalle mille parole con cui, intanto, la città si è nutrita, ingigantendosi in modo disordinato e bizzarro.

All’insaputa della gente che la vive, le grandi potenze europee, nel 1912, stipulano il Trattato di Protettorato, che assegna uno statuto particolare alla città: neutralità politica e militare, totale liberismo economico e amministrazione internazionale.

L’economia esplode, vengono costruite banche, società anonime, società d’investimenti, hotel, ristoranti di lusso. Il fenomeno della prostituzione e dello spaccio di droga aumenta.

Nonostante la chiusura della città a seguito dell’occupazione delle truppe franchiste, Tangeri cresce, i traffici si fanno sempre più grossi, gli intellettuali e gli agenti segreti arrivano con aerei provenienti dall’America. Le spie dell’est e dell’ovest si rincorrono per i vicoli della Casbah, la Beat Generation si fa fotografare al gran completo sul litorale di Marinasmir.

Con l’indipendenza del Marocco le cose cambiano. Re Hassan II, succeduto al padre, Mohammed V, nel 1961, abolisce i privilegi fiscali concessi per più di cinquant’anni alla città. Il nuovo re odia Tangeri, la considera una città maledetta, infestata da spacciatori, prostitute e da infedeli. La porta d’Europa viene lasciata al suo destino.

L’odore dell’Africa nera si fa sempre più forte, dietro i recinti del porto, dietro le capanne della dogana, sempre più occhi clandestini scrutano il mare e il profilo della Spagna, a soli trentacinque minuti di traghetto. (1. continua)

LIBRI

La biblioteca sul cammello

"La biblioteca sul cammello" di Masha Hamilton - Nuova Biblioteca Garzanti, 2007

La polvere di diamante

"La polvere di diamante" di Ibn Hamdis - Salerno Editrice, 1994



1 commento a “Tangeri, la porta chiusa a chiave 1”

  • Gioia Brandizzi alle ore 3:26 pm scrive:

    dovete ampliare c’è troppo poco da dire io conosco molto di più su questo

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