Stati Uniti, Death Valley © Silvia Carnio
Un lungo viaggio per poi arrivare davanti al nulla del deserto. Ti puoi preparare. Puoi leggere libri, guardare migliaia di fotografie o passare ore a vedere documentari. Quando te lo trovi lì davanti, è un’altra prospettiva. Le misure paiono parlare un linguaggio che non capisci.
Duecentoventicinque chilometri di spazio denominato Death Valley. La Valle della Morte, cripto-depressione compresa fra gli stati nord-americani della California (a ovest), della Sierra Nevada (nord e sud) e del Nevada (a est). Fa parte del Grande Bacino (Great Basin). Qui, le rocce più antiche si sono formate quasi due miliardi di anni fa.
Inizio a calpestare la sabbia. Sento solo il rumore del vento ringhiarmi nei pensieri nascosti chissà dove. Mi allontano qualche metro dalla strada e già sento uno strano brivido di paura. Quello che non conosco prosegue per miglia e miglia. Uguale in tutte le direzioni. La prima sensazione è di smarrimento.
Torno alla macchina per prendere un cannocchiale. La linea azzurra lasciata dall’orizzonte mi sembra più piccola. Le dune si ripetono. Gli arbusti crescono senza logica. Non mi par d’essere negli Stati Uniti. Sarà perché quando penso al deserto, mi viene istintivo aggiungere la parola Sahara, e quindi Africa.
Fra le aree più incredibili, c’è Zabriskie point, paesaggio molto particolare e composto da sedimenti provenienti da un antico lago, chiamato Furnace Creek, prosciugatosi cinque milioni di anni fa, molto tempo prima della formazione della Valle della Morte. Viene chiamato badlands, ossia terre cattive, poiché a causa della siccità e del sale, non cresce alcun tipo di vegetazione.
Lo confesso, mi manca un po’ il respiro. Non è solo il caldo. Trovo coppie di orme. Mi metto a immaginare su chi sia stato qua prima di me. Chissà da quale parte del mondo vengono. Chissà se stanno provando le stesse sensazioni, o se sono degli abitudinari di questo indescrivibile posto.
Trovo presto risposta alle mie domande. Qualcuno ha voluto lasciare un ricordo dei suoi pensieri. Una scatola color azzurro pastello è legata a degli arbusti. L’invito è inequivocabile: “leggimi”. E se fosse solo uno scherzo di cattivo gusto? Un po’ titubante, con un bastone, apro la scatola e con mia grande sorpresa, ci sono delle pagine, e per di più scritte nella mia lingua,
“Sono appena stata nella Death Valley. Quei paesaggi. Quei colori. Tutto in dimensione extra large per giganti. Il senso di infinito che hai guardandoti attorno. Non è davvero descrivibile. E non trovo un contatto con il mondo esterno. Niente rete. Niente di niente. In mezzo al deserto. Sento rivelazioni di me che io ho paura solo a pensare” S.C.

Stati Uniti sud-occidentali. Simbolo indiscusso di cinema, ricchezza e sogni. La città degli Angeli, contesa tra l’aria calda del deserto e quella fredda dell’Oceano Pacifico.

In viaggio sulla “17-Mile Drive”, un delicato percorso di diciassette miglia nel verde della costa pacifica statunitense, che culmina sull’oceano, dove la luce del tramonto è regina.

Viaggio crepuscolare nella porzione occidentale del Parco Nazionale Joshua Tree, in California, a cento miglia di distanza dalla megalopoli Los Angeles.