Dapprima sono goccioline fini quelle che vedo scorrere sul finestrino, mentre l’aereo inizia la fase di atterraggio all’aeroporto di Seattle. Talmente sottili, da vaporizzarsi per effetto della velocità. E’ solo quando mi sento sobbalzare sul seggiolino dopo aver toccato la pista, che mi accorgo che la pioggia si è fatta fitta e persistente.
Eccomi arrivata nella Emerald City (il soprannome della città dagli anni ‘80, per via della vegetazione sempreverde che circonda l’area metropolitana), anche se la definizione che più le calza è “Rain City” (il che spiega in maniera ancora più chiara il perché di tanto verde a perdita d’occhio). Per tutta la permanenza in città, la pioggia sarà una costante, solo a tratti interrotta da sprazzi di sole qua e là.
Oltre che dalla pioggia, le strade sono sferzate anche dal vento. Deve essere questo connubio meteorologico, penso mentre passeggio con il kway addosso e le cuffie nelle orecchie, ad aver ispirato alcune delle canzoni che scorrono nella mia playlist. Perché è inevitabile, nonostante la vitalità palpabile di uno dei principali centri economici della West Coast, non farsi pervadere dallo spleen di cui parlava Baudelaire.
Una città che, nonostante abbia dato i natali ad alcune delle più importanti società leader del mercato globale (soprattutto nelle telecomunicazioni, con Microsoft in testa, ma anche Amazon.com e T-Mobile Usa), ha preso il proprio nome dall’interpretazione anglicana di quello indiano Sealth, capo delle due tribù residenti nell’area. Quando passato e futuro riescono a coesistere e amalgamarsi perfettamente.
In lontananza, un po’ gigante e un po’ navicella spaziale stile Star Trek, si staglia imperiosa la figura dello Space Needle, avveniristica costruzione realizzata per il World’s Fair del 1962 (dedicato al tema del XXI secolo) e simbolo ufficiale di Seattle. Spuntato un timido sole sulla baia, decido di “arrampicarmi” per i 160 metri di altezza dell’edificio e godermi la vista mozzafiato del panorama. Gli ascensori a vista che mi conducono in cima, lo ammetto, mi fanno tremare le gambe. Però, lassù, che spettacolo.
Mentre il mio ipod passa “Come as you are” dei Nirvana, nel quartiere di Belltown, all’ombra dello Space Needle, passo davanti al Crocodile Cafè, dove band storiche come i “locali” Pearl Jam o i R.E.M realizzano concerti acustici per pochi intimi, o dove le nuove leve della musica sperano di essere notate da qualche boss della mitica etichetta Sub Pop (quella che lanciò nel firmamento delle sette note nomi come Soundgarden e Mudhoney).
Stremata dalla lunga camminata, decido di prendermi una meritata pausa davanti a un buon caffè. E dove, se non in uno dei tanti Starbucks disseminati per la città, godermi un bel frappuccino? Ne trovo uno che si affaccia sul lungo mare. Stringendo tra le mani la mia tazza fumante, con le nuvole che cominciano nuovamente a farsi minacciose all’orizzonte, respiro l’aria salmastra e lascio che Wish List dei Pearl Jam cristallizzi questo momento.





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Bell’ articolo, corposo e immedesimante. Brava!!
Viva i Pearl Jam e tutto il Grunge di Seattle!!!
non so, ho vissuto per tre mesi a Seattle ma forse non l’ho capita, a aparte la prima e la econda strada non ricordo altra vita! però ogni qual volta ci ripenso mi ven voglia d tornarci ma perchè non riesco a capirlo.
Cara Gioanna, non sempre un posto ti affascina solo per la sua bellezza naturale o architettonica. A volte capita che sia lo spirito, il “mood” di una città a lasciarti un segno dentro. A volte, ti basta solo sapere che le strade su cui stai camminando, sono state percorse da qualcuno che per te ha avuto un significato. A me spesso succede così!
Grazie Francesco, long live to grunge!