Turchia, scorcio di Hizir Ibrahim Halilullah © Monica Genovese
Sanliurfa. Nota anche come Urfa o Harran. Città della Turchia orientale. Di quella Turchia lontana da Istanbul, occidentalizzata, cosmopolita e moderna, ma più vicina ai confini con l’Armenia, l’Iran, l’Iraq, la Siria. E più vicina alle antiche tradizioni locali.
Qui, le donne indossano il chador sul capo e la sera, solitamente non si vedono in strada da sole, ma accompagnate dagli uomini. Si dice che la gente perbene vada a dormire presto. Non si bevono alcolici, ma si vendono e, in ogni caso, non si aggiungono altri commenti.
D’estate il caldo è incessante e frotte di pellegrini arrivano d’ogni dove. Proprio qui a Sanluirfa. Nella grande pianura dell’Alta Mesopotamia. La zona è quella dell’Anatolia sud orientale. Il nome della città deriva dalla sua stessa pianura, Urfa. Limitata, da una parte, dallo scorrere del fiume Eufrate e, dall’altra dai rilievi montuosi del Tauro.
Nel corso dei secoli subisce diverse dominazioni. Ad opera dei persiani, dei greci, dei romani, dei bizantini e la sua posizione geografica strategica, lungo la via della seta, la rende luogo di passaggio e “appetibile” agli occhi dei conquistatori.
Oggi la città si presenta come un ampio e vivace centro, ricco di mercati affollati nelle sue strade trafficate. E’ attiva, produttiva e meta di visitatori, non tanto occidentali, quanto locali e arabi, in generale. La popolazione è composta, per lo più, da turchi e da curdi.
Una delle sue caratteristiche è rappresentata dalla case alveolari. Abitazioni semplici, dalla bizzarra forma a cono, costruite con pietra calcarea facile da modellare. Sono tali per adeguarsi al clima della regione. Umido e dalle elevate temperature nella bella stagione, molto freddo d’inverno.
L’altra caratteristica di Sanliurfa, che attira curiosi e fedeli, è la “presenza” di Abramo. Pare, infatti che il patriarca dell’ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, trascorra in questo luogo alcuni anni della sua vita.
Abramo, secondo la versione islamica della storia, proprio ad Urfa, si ribella contro l’idolatria del re e questi, adirato, ordina ai suoi servitori di gettarlo dalla fortezza cittadina e di lasciarlo precipitare nel fuoco sottostante. Allah, però è di altro avviso. Trasforma le fiamme in acqua e i legni che le alimentano in carpe, così salva il suo prescelto.
Ancora oggi, nello stesso luogo dove Abramo avrebbe dovuto ardere, si trova una bellissima oasi pubblica. Il polmone verde di Sanliurfa chiamato Hizir Ibrahim Halilullah che ospita le moschee e i ruderi del castello ai quali si accede attraverso un tunnel, in salita, di 158 metri scavato nella roccia.
Ma il fulcro dei giardini è una piscina che accoglie una quantità incredibile di carpe. Dato il racconto, questi pesci sono considerati sacri e intoccabili. Nessuno osa disturbarli o, addirittura pescarli. Mangiarli, stando alla tradizione, significherebbe perdere la vista.
Al contrario, sono molti quelli che li avvicinano per dar loro delle molliche di pane o altro. Lo spettacolo è suggestivo e insolito. Le carpe sfiorano il profilo dell’acqua, si avvicinano alla riva e boccheggiano all’aria, mostrandosi disinvolte, abituate a tanta attenzione e desiderose di mangiare dalle mani dei visitatori.
Si affollano, voraci, davanti a gruppi di persone che lanciano del cibo, al punto da ricoprire il manto d’acqua del loro colore argenteo scuro. Sempre in questo giardino, si trova quella che si ritiene essere la casa di Abramo. Un’abitazione non molto grande, spartana e, attualmente divisa in due parti. Una è visitabile solo dagli uomini.
E l’altra dalle donne. Rigorosamente scalze, velate, interamente coperte dalla testa ai piedi, in segno di rispetto. Anche le occidentali sono tenute ad indossare indumenti adeguati e, se ne sono sprovviste, vengono vestite con cappotti in tessuti sintetici e veli per il capo, presi in prestito all’ingresso della casa.
All’interno, in una stanza angusta, ragazze, anziane e bambine pregano inginocchiate, addossandosi tra loro, davanti ad una sorta di altare chinando ripetutamente la testa e recitando preghiere.
L’atmosfera è intrisa di commozione e di spiritualità, ma anche di intenso calore e di un altrettanto intenso odore di sudore.
"Tre uomini in bicicletta" di Paolo Rumiz, Francesco Altan - Feltrinelli, 2002

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