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San Francisco, a bordo delle cable-car - foto : San Francisco, cable-car © Silvia Carnio
San Francisco, cable-car © Silvia Carnio

San Francisco, a bordo delle cable-car

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Correre su e giù con le mitiche cable-car di Frisco. Sembra di fare lo skate in collina. Invece sei su trenini (o tram) donati da tutto il mondo, città di Milano inclusa. Il vento della baia oceanica ti insegue, mentre i grattacieli si alternano a quartieri, più a misura d’uomo d’altre aree metropolitane nord americane.

Stati Uniti, costa occidentale. Nella Bay Area c’è l’universo pulsante di San Francisco, quarta città più popolosa della California (dopo Los Angeles, San Diego e San Josè). Venne annessa al territorio degli Stati Uniti ( (insieme al resto della regione) verso la metà del diciannovesimo secolo, dopo la guerra contro il Messico (1846-48).

Salgo più e più volte sui binari. L’incontro (fortunato) con una ragazza padovana, da qualche mese trasferitasi qui per un Master, si trasforma in un nuovo viaggio con la mia personale Virgilio. “Vedi?” mi dice, “le carrozze vengono girate di 180 ° – a mano – sulla pedana, e poi ripartono sulla stessa rotaia facendo il percorso a ritroso”.

Un pomeriggio libero di questa nuova amica si trasforma in un’emozionante giro nel centro della città, a Unions Square, passando per Powell and Market, e al Fisherman’s wharf. Messo al corrente della presenza della famosa fabbrica italiana di cioccolato “Ghirardelli”, prendo io il comando delle azioni, e con tutta la frenesia possibile, mi ci dirotto prima che la fanciulla possa cambiare idea.

Ed è così che mi ritrovo in una zona davvero carina della città (senza danteschi antri oscuri), tutta in mattoni e faccia a vista con rivenditori di delizie di tutti i tipi. C’è un bar in particolare, che oltre a rivenderti tutte le combinazioni di cioccolate possibili e immaginabili, contiene all’interno un pezzo di una delle macchine che si usavano lo scorso secolo per produrre questo dolciume divino.

Più di un brivido mi scivola quando nel mio orizzonte visivo entra l’isola di Alcatraz, l’ex-carcere di massima sicurezza, soprannominato The Rock (la roccia) e The Bastion (la Fortezza). Rimase agibile dal 1909 al 1963 quando venne chiuso per gli elevati costi di gestione. Una fortezza questa, dove l’isolamento e la tortura venivano praticati e che ha fatto da apripista alle più recenti Abu Grahib e Guantanamo.

Come sulla spiaggia di Monterey, il finale lo lascio alle luci del tramonto. Dal molo Pier 39. In compagnia dei leoni marini, che un po’ sonnolenti passeggiano sulla banchina, ignorandomi del tutto. Dicono che una volta ce ne fossero molti di più. Chissà dove sono adesso. Io però avrei tante domande da fargli. E resto lì tutta la sera.

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"La strada alla fine del mondo" di Erin McKittrick - Bollati Boringhieri, 2010

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"Tandoku. Transpacifica in solitario" di Alessandro Di Benedetto - Magenes, 2010



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