Alla fermata al molo 39 del Fisherman’s Wharf di San Francisco, una processione di passeggeri consegna al conducente del tram arancione i due dollari per il biglietto, facendo tintinnare la cassetta di raccolta come un flipper impazzito. Un suono molto più vivo di quello prodotto dalle asettiche obliteratrici milanesi, penso prendendo parte a questo rito collettivo. Le porte a scorrimento si chiudono: siamo pronti per partire.
Giapponesi, tedeschi, francesi, italiani. Sono soprattutto turisti gli avventori sul tram. Lo si capisce da loro vociare gioioso e confuso, dal continuo girarsi a scattare foto. A questa scena di quotidiana mobilità urbana, la cittadinanza partecipa sempre con garbo e simpatia. Osservare come le (scomode) panche di legno del “mio” 1856 siano diventate il salotto di una vera Babele in terra d’America, mi riempie il cuore d’orgoglio patriottico.
Lo stesso sentimento che provo quando nel Financial District un enorme cable car ci passa accanto. Il mio locomotore sembra Pollicino a confronto, ma questo divario lo rende ancora più impettito mentre sferraglia tra due ali di grattacieli. Sfilano le sedi di alcuni dei migliori studi legali degli Stati Uniti, nonché multinazionali e società di consulenza. In lontananza, i 260 metri d’altezza del Transamerica Pyramid svettano su tutto lo skyline della città.
Decido di deviare il mio percorso e da Market Street mi sposto nella parallela Mission Street. La mia anima da bambina non può resistere alla tentazione di visitare il Cartoon Art Museum. Nato nel 1984 dall’idea di un gruppo di appassionati, il museo ha ricevuto un generoso finanziamento da Charles Schultz, il papà di Charlie Brown e dei Peanuts. Tra una retrospettiva su Batman e una mostra sui manga giapponesi, le ore volano in fretta.
Riconquisto Market Street e la percorro a piedi fino a Castro. Le ampie strade in pendenza sono popolate da un’umanità colorata e gentile, che risponde col sorriso alle mie richieste di informazione. Una bandiera arcobaleno, all’incrocio tra Castro Street e la diciassettesima, mi annuncia l’ingresso nel quartiere più eccentrico della città. È qui che è raccolta una delle principali comunità gay americane. È qui che Harvey Milk, nel 1975, ha aperto il suo studio di fotografia. È qui che il movimento per i diritti omosessuali ha preso coscienza e avvio.
Qui tutto sa ancora di lui. Cerco il negozio di fotografia, meta di pellegrinaggio di curiosi e attivisti: il sacrificio di Milk (ucciso nel 1978, assieme al sindaco George Moscone, dall’ex consigliere Dan White, per l’entrata in vigore di una legge a tutela dei gay) e i casi ancora frequenti di omofobia, mi fanno pensare quanto sia ancora lunga la strada per una piena integrazione del mondo omosessuale nella società.
Una frenata familiare mi riporta al presente: è ora di tornare in albergo. Il tintinnio delle monete e il mormorio di Babele mi cullano sulla via del tramonto. “L’unico difetto di San Francisco è che non vorresti partire mai” (R. Kipling).





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