Non ha la tanto celebrata atmosfera romantica di Parigi. Non ha i club all’ultimo grido di Londra, o l’instancabile movida di Barcellona. Le copertine fanno la loro parte, adesso però siamo in Polonia.
Cala il palco dei luoghi comuni. La verità è sempre un’altra cosa, specie se ancora da scoprire. Salutata Varsavia, una panchina sembra essere la giusta ispirazione per riprendere il cammino da Cracovia.
Mappe, cartine. A me gli occhi. Dalla torre difensiva Barbakan alla Ryanek Glowny, la piazza principale della città, nonché la più grande piazza delle città medievali europee. La torre cittadina Wieza ratuszowa. Una macchina digitale non è sufficiente da ricordarsi i colori. Bisognerebbe bussare di porta in porta e farsi raccontare qualcosa sulla chiesa/monastero Bazylika Mariacka o sul Sukiennice (antico centro di scambi commerciali), al cui interno ha trovato casa un grazioso mercato.
La storia è ingiusta con le tragedie del mondo. Ne ricorda solo alcune. Ma è difficile non restare ipnotizzati da reminescenze non vissute, ma comunque appartenenti alla storia dell’umanità, di fronte al ghetto vecchio. Il muro di cinta venne stato ricostruito con i frammenti delle tombe distrutte durante la Shoa dalla furia nazista.
Non servono mezzi pubblici per prendere la salita per il Wawel, la collina (228 m.) su cui dominano il Palazzo Reale e la Cattedrale. Per arrivarci, meglio affidarsi alle proprie gambe. La via che conduce fin lassù è una passeggiata ricca di negozi. Un tempo, una città nella città. Ma non c’è solo architettura in questo scenario. I misteri “marini” non riguardano solo le highland scozzesi.
Simbolo della città polacca infatti è un drago. Il motivo è molto semplice. Si tramanda che proprio sotto il castello di Wawel, in una grotta (oggi visitabile) dimorasse una di queste linguacciute bestiole, e che i temerari che osassero avvicinarsi, facevano una gran brutta fine. Esasperato il re, come in tutte le favole che si rispettino, promise la mano di sua figlia a chi avrebbe ucciso il drago.
Ma a trionfare non fu la forza, bensì l’ingegno. Un Ulisse polacco, o per dirla in tempi moderni, uno Shrek dell’Europa orientale, che con formidabile astuzia riuscì nell’impresa. Un calzolaio (tale era la professione del vincitore) regalò al drago una pecora piena di zolfo. Smock (il nome del rettile) non se ne accorse. La città fu liberata.
Si possono passare ore a guardare la Vistola, il fiume più lungo della Polonia, dove barche a forma di nave vichinga aspettano di mostrare la città dal fiume. Una giornata di sole può giocare qualche bello scherzo all’immaginazione. Una visione unica, dove le amichevoli acque fluviali sanno diventare postini di messaggi fino a poco prima invisibili.





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Penso sia doveroso ringraziare anche gli altri autori delle foto pubblicate e miei compagni di avventura: Christian Borgo, Luca Cesaro, Roberto Battistutta. Non vorrei dimenticare anche gli altri compagni di viaggio sprovvisti di macchina fotografica: Kendra Tosoni, Giovanni DiMaira e Maria Ruzzene.