Il vento sferza la costa col suo sibilo infinito. Il mare ulula nel canale di Beagle e la schiuma di mille onde si abbatte con violenza sulla battigia. E’ giornata di burrasca al porto di Ushuaia, la città più a sud del mondo: ci sono arrivata dopo aver sorvolato in aereo lo stretto di Magellano.
Eccomi nella Terra del Fuoco, 3500 chilometri di distanza dalla capitale argentina Buenos Aires: catapultata ai confini del mondo, mi circonda un paesaggio che ricalca le migliori ambientazioni da libro fantasy.
La leggenda narra che Magellano abbia battezzato questo arcipelago Terra del Fuoco, osservando gli enormi falò che le popolazioni locali appiccavano per sconfiggere il freddo siderale. Ma un’altra versione sostiene che in principio fosse stato un altro il nome scelto, Terra del Fumo (perché solo questo era visibile dal mare): a Carlo V la denominazione però non piacque e osservò che non poteva esserci fumo senza fuoco, da cui il nuovo e più calzante appellativo.
Alle spalle di Ushuaia, agglomerato di casette coi tetti in lamiera, una catena di monti perennemente innevati protegge la città. Davanti al porto, dove ogni mattina partono i catamarani che si aggirano per la costa, gli scogli ospitano il fragoroso vociare di otarie, leoni marini e cormorani imperiali. Nelle calette più riparate, inoltre, non di rado si scorgono colonie di buffi e simpatici pinguini di Magellano. Al di là del mare, l’orizzonte cela alla mia vista l’Antartico.
Una flora e una fauna capaci di stupire in ogni stagione dell’anno, quelle che si incontrano nella Terra del Fuoco. Qui la natura è davvero selvaggia e incontaminata: l’uomo torna per un momento a sentirsi un minuscolo puntino di fronte all’immensità e alla bellezza di una terra all’apparenza inospitale per qualunque forma di vita. Il silenzio e gli spazi sterminati lasciano completamente attonito lo spettatore.
Ed è in queste condizioni che si riesce a percepire distintamente il respiro di Madre Natura. La dimostrazione la ricevo quando, spostatami dalla Terra del Fuoco e tornata sul continente americano, raggiungo il ghiacciaio di Perito Moreno.
La parte più “bassa” di questa scogliera raggiunge i 60 metri in altezza e scende per quattro chilometri dalle vette innevate, gettandosi nelle acque del Lago Argentino. Il colpo d’occhio, dal parapetto in legno che si affaccia sul fronte ghiacciato, è pazzesco.
Una massa bianca, venata di azzurro e dai profili aguzzi, crolla davanti a me. Nonostante il riscaldamento globale minacci questo colosso, quanta energia viene ogni anno trasmessa da questo gigante.
Il tiepido sole estivo della Patagonia infatti è caldo a sufficienza per permettere lo scricchiolio degli iceberg: il rumore sordo che accompagna frattura e impatto con l’acqua del lago, incanta ed atterrisce insieme. Quale prodigio si nasconde dietro la “mano” che ha plasmato le forme di ghiaccio del Perito Moreno.
E lo stupore che spalanca occhi, cuore e bocca è la sensazione che serbo nel cuore mentre salgo sull’aereo che mi riporterà a casa.





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