Obiettivo Marrocco in senso non solo figurato ma reale, perché è attraverso l’obiettivo della nostra reflex che con un gruppo di “compagni di corso” abbiamo scelto di osservare il paese per fermare attimi di pura magia. E ci siamo “persi a guardare” come diceva Mimmo Jodice, alla ricerca di armonie e dissonanze, luci e ombre, geometrie e volti. Sono bastati pochi giorni per lasciarsi sedurre da un paese che da sempre ha conquistato l’animo dello straniero.
Siamo partiti in quindici, armati della nostra attrezzatura, naturalmente digitale, con la sola eccezione di un’inguaribile nostalgica che scattando con una “vecchia” macchina analogica (ma sono solo passati un pugno di anni da quando tutti la usavamo), ci guardava curiosa e sgomenta per i nostri discorsi per lei davvero astrusi. Tre ore di volo, quattro giorni di workshop fotografico immersi nel fascino di uno degli accoglienti riad di Marrakech specializzato proprio in stages artistici.
E una cara amica italiana che lì vive ed è l’autrice di importanti guide sul Marocco, che ci ha aperto le porte della città accompagnandoci per le strette vie della medina e facendosi entusiasticamente coinvolgere dai nostri lavori. E poi quel cielo terso che i mesi invernali sanno regalare, quelle giornate piacevolmente calde che solo al calar del sole ci facevano ricordare che anche lì era dicembre e le montagne dell’Atlante sono a pochi chilometri.
Qualche giorno trascorso a Essaouira, bianca e azzurra, protesa sull’oceano ma con una luce mediterranea, circondata dai bastioni della Skala ma aperta ai venti e al mondo. Poi Marrakech, tradizionale e turistica, rumorosa e raffinata, luminosa e buia, odorosa di spezie e profumi e appestata dall’odore della concia delle pelli. Un impatto forte, stordente.
E la sera fra la folla della piazza Djemaa el-Fna per concedersi la quotidiana replica di uno spettacolo prevedibile ma sempre capace di stupire. Folclore a pagamento? Sì, ma mai come fra le tribù dell’Omo river. Artigianato “made in China”? Anche ma non solo, come d’altronde negli sperduti villaggi laotiani. La medina è tutto un brulicare operoso di chi dipinge, ripara, batte il metallo, tinge e fila la lana.
Soprattutto, in Marocco è facile entrare in rapporto con la gente. Come ha scritto a fine corso un compagno di workshop: “una semplice richiesta di informazioni si trasforma presto in un breve dialogo che ti porta ad avere quel contatto umano necessario per rapportarsi con le altre persone… la parola, l’attenzione, il sorriso sono fondamentali. Grazie gente di Marrakech”. E grazie anche da parte mia.





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Ho vissuto 7 anni in Marocco e lo ritrovo, smagliante e reale, in questo reportage riassuntivo, sì, ma non per questo meno descrittivo e vivido.
Complimenti