…Riprende il viaggio in terra francese. Normandia. Le sirene dei bombaramenti passati sono sempre più forti nella mia mente. Un paesaggio dantesco che prende spunti da tutte e tre le sue celebri tappe, lasciandomi nel mezzo le riflessioni. E intanto si può arrivare alla piccola Etretat, sempre in Cote d’Albatre, cittadina (manco a dirlo) dominata dalle sue falesie.
Quella di destra, la Falesia d’Amont, è caratterizzata dalla cappella dei marinai. Quando si affronta il mare aperto, avere “qualcuno” dalla propria parte può essere di conforto. A sinistra, c’è invece la Falesia d’Aval. Una bella sfida si attende. 180 gradini scavati nel gesso per raggiungere la sommità, dove ad attendere c’è arco (in pietra) della Manneporte.
Cos’avrà provato la terra. Si sarà percepito l’arrivo di un momento che avrebbe cambiato per sempre il corso del mondo? A Longues-sur-Mer, due facce della stessa moneta. Prima il silenzio dei campi di grano, poi quello tecnologico dei resti delle batterie tedesche. Rimaste là. Monito di atrocità che purtoppo continuano a succedere.
Il cimitero americano di Colleville-sur-er. Lì davanti, lo a strapiombo sulla tristemente famosa spiaggia di Omaha (bloody Omaha per i veterani). 9387 croci bianche in marmo di carrara (di cui molti cognomi italiani) ricordano solo una parte in quello che accadde. Camminare là in mezzo ti lascia troppe domande senza risposta.
Cerco di capire. Vorrei farlo. È uno sforzo impossibile. Guardo gli ammassi rocciosi. Quelli secolari che hanno visto i paracadute. Sul loro ventre lapideo hanno fatto asciugare il sangue degli esseri umani. Hanno sentito le urla di chi non avrebbe più regalato al proprio cuore il sole. Loro erano là. Immobili. Testimoni controvoglia del più grande errore della razza umana: la guerra.
Faccio fatica a rivolgere lo sguardo al cielo. Decido di distendermi. I vestiti assorbono subito l’umidità. “Caro mio, quante ne ho visti in questa stessa tua posizione”, mi dice un sasso. Non mi soprendo di questa conversazione. “Tu adesso ti alzerai” continua, “ma delle loro ultime parole, è rimasto un ricordo troppo lieve”.
Ma perché siamo arrivati fino a questo punto, le chiedo subito? “Sai, noi sassi conosciamo tutte le lingue del mondo” continua, “La storia. Le ambizioni. Le degenerazioni del pensiero. Sentirai spesso raccontarti che è tutto complicato. La vita di ogni uomo si spegne con una lacrima e un pensiero d’amore. Ecco, da questo potrai capire che cosa si deve fare per ripendere il cammino”.
Torna il silenzio. Mi sposto sull’altopiano a La Pointe du Hoc da dove i tedeschi resero l’arrivo dei loro nemici non poco problematico. Proprio per questa ragione, il sito fu pesantemente bombardato per agevolare lo sbarco nella vicina Omaha Beach. Anche qui, come per il cimitero, scogliere alte almeno trenta metri racchiudono il recinto terreno.
Come dopo un girone infernale, salutato il mio Virgilio pietrificato, le atmosfere più rassicuranti di Port Racine, uno dei più piccoli porti di Francia (se non il più piccolo), mi infondono quel non so che di pace interiore. Dura poco. Lo sguardo si perde ancora in quel passato fatto di memorie e croci. Come si può trovare pace se nemmeno la più grande carneficina della storia ci ha spostato dal precipizio?





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