Sotto la polvere delle strade sostano parole (senza espressione e senza suono) che s’abbandonano alla noia del vento, trafitte dalle spighe gialle delle praterie solitarie, sconfinate oltre l’indefinibile, e immutabili, tra freddo e orizzonte, lungo la scia di desolazione che i monti disegnano tra terra e cielo.
E queste parole che non hanno voce vengono uccise dall’indifferenza, si dissanguano in quei giorni in cui le strade dell’America vengono solcate da motori e fango, ogni qualvolta i tiepidi fanali delle auto e dei camion scintillano lungo gli argini dei sentieri d’asfalto.
E tutti quei giorni in cui le parole sconfitte straripano dalla terra, il vento sembra gridare più forte, s’infrange sul nulla della sera e rimbalza, come luce, sui fiumi; onde frantumate e tramonti, fuoco rosso delle pietre millenarie, macchie d’autunno e universi senza confini.
Da qui, dove le parole sconfitte sibilano al pensiero, il cielo ha un altro sapore, quello stesso sapore di cui si nutrono i grandi eroi e i conquistatori degli oceani, che parlano all’acqua solcata, e che raccontano storie fatte di gloria e speranze. Le parole muoiono nella polvere, sotto la ferrovia, tra i ciuffi d’erba e lungo i corsi d’acqua. Muoiono senza gridare. Solo allora l’America sembra risvegliarsi con insistenza, e la luce che trafigge le nuvole è la sua, si scontra con quella del sole.
Questa volta è lei, l’America, a raccontare una storia, la sua storia, e sembra quasi dire stai qui, aspetta, ascolta quello che ho da dirti, ma chiudi gli occhi e prova ad immaginare, e se ci riesci beh, sai già che questa storia racconta la sofferenza, ed è un lungo cammino alla deriva della memoria: la mia storia ha un prezzo di sangue. Questo dice.
Gli americani raccontano altre cose. Ma la terra parla di questo. E’ una terra bellissima e a parole indefinibile, si può provare a descriverla, ma non è la stessa cosa. Quando ero a New York un italiano mi disse: “L’America? Sì, gran campi di pannocchie e pianure. Non c’è niente”.
Ma in questi campi di pannocchie, nelle pianure rincorse dal vento, in questi monti grigi o innevati, tra i fiumi, gli oceani, le scogliere crepuscolari, le foreste dai grandi alberi e i cieli ferrosi che minacciano pioggia c’è qualcosa che è come la vita. E grida, urla, scalcia e trema. Vibra nel silenzio innaturale di inizio ottobre.
Nei pressi di una stazione di Benzina a Elko, Utah, un uomo di colore mi guarda qualche minuto, poi mi chiede (riferendosi al tatuaggio che ho sul petto): “Qual è il tuo sogno?”, “E’ quello che una volta fu di Martin Luther king”. Mi stringe la mano e sorride “E’ anche il mio”, poi mette a posto la pompa e con il suo Pick Up prende il largo sulla I 80.
“Questa terra è la mia terra, è fatta per me e per te”, cantava Guthrie negli anni’30, al tempo della Grande Depressione. Le parole muoiono sotto la polvere, ogni giorno. Ma nonostante l’ingiustizia, questa terra splendida vola sulla rotta delle fenici: muore per tornare a vivere.





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Leggo con viva partecipazione l’articolo e mi trovo a supporre che le parole non muiano mai.
Spiccano il volo appena le labbra si schiudono e si posano, come farfalle, là dove ad accoglierle c’è che le ama.
Complimenti per lo stile. essenziale e drammatico.
Grazie
caterina