Nazareth (PA, USA), cimitero aperto © Luca Ferrari
Nel cuore della Pennsylvania (USA), al centro della contea di Northampton, sorge una piccola cittadina di poche migliaia di abitanti il cui nome richiama a una delle figure più importanti della religione (Gesù). Stiamo parlando di Nazareth, sette miglia a nord ovest da Easton e q dodici miglia a nord dalla più grande Bethlem.
Il viaggio inizia da lontano. Recuperato un aereo fino a Francoforte, di lì il passo è oltre l’oceano. L’atterraggio è previsto otto-nove ore dopo all’aereporto Newwark di NY. Quanto tempo resterò lassù. In cielo. E chissà i vuoti d’aria. Smaltite le nuvole europee, ed entrato nella moderna stazione volante tedesca, attendo il volo.
Mangio nervosamente qualcosa. Compro riviste che normalmente non leggerei mai. Poi la chiamata. La prossima volta che toccherò terra, sarò dall’altra parte del mondo. Mi fa impressione pensarlo. E soprattutto viverlo.
Qualche film in volo. Il pranzo. Una miriade di cassette, e infine la compilazione di una carta per sbarcare negli USA dove mi chiedono perfino se sia un terrorista. Perdo qualche minuto di troppo alla dogana, poi mi vedo introdotto sotto la scritta “Welcome to the United States”. Dopo qualche minuto di smarrimento, ritrovo lo sguardo di una persona amica venutami a prendere.
È quasi sera. È buio. Salita su un mezzo tipo jeep, c’è molta strada da macinare. Bisogna prima uscire dallo stato di New York, entrare nel New Jersey e poi entrare in Pennsylvania. Le strade sono immense. Anche se si vede poco, e il viaggio si fa sentire (non ho praticamente chiuso occhio), resto come sospeso.
Dopo quasi due ore, arrivo. Mi affloscio in una calda coperta molto velocemente. Sento una curiosità crescente. Ho ancora il fuso europeo. L’indomani, vestito di tutto punto, accompagno un’amica a fare jogging. Deve ancora albeggiare.
Il paese è diverso dall’Europa. Le case. L’odore dell’aria. Vedo il sole spuntare da dietro gli alberi. Attraversiamo un binario. Tutt’intorno a me, è pieno di horn-fields. Campi di mais. Poco distante dall’abitazione, c’è un cimitero. È aperto. Niente lapidi gigantesche. Niente mura che lo allontanano dal resto della vita. Non c’è quell’aspetto che incute timore.
Per un amante della torta di mele, non potevo capitare in un posto migliore e la mia prima colazione americana viene bagnata da una di loro. Nel proseguire le giornate, conosco tante persone. Trovo gentilezza e disponibilità a capire perfino il mio slang ibrido di correnti musicali di L.A., Seattle, Athens, San Francisco.
Riprendo fiato. Il tempo di vedere uno stormo di oche planare su di un lago ghiacciato. Resta compatto. Unito. Poi si alza in volo. Lasciando quasi una scia nel cielo. Mimo il gesto di volare. Dovunque io sia, non lo immaginavo così.

La prima notte dormita in camper, in uno spiazzo deserto accanto all’Highway 211, in Virginia. L’ululato del vento, un tappeto di stelle, la strada buia e infinita. Il silenzio innaturale delle grigie colline che ci circondano.

Nel cuore economico degli Stati Uniti. Una vista a spicchi sulla Grande Mela a 320 metri d’altezza in un freddo pomeriggio d’inverno, mentre lì su nevica e sotto nessuno se ne accorge.

Poco fuori New York, alla scoperta di un villaggio dove il l’orologio sembra si sia bloccato a metà dell’Ottocento. A passeggio tra case in stile Greek Revival e una fortezza abbandonata.