Viaggiare in verticale. Restare perpendicolari ad un punto fisso, ma salire, cambiare prospettiva, sfiorando quasi il cielo. Scalino dopo scalino la tensione si accumula nei muscoli. Su, senza fermarsi, per trentuno piani ripidi. E poi lassù ci sarà qualcosa di speciale, la tensione scomparirà, e la visione ti rilasserà facendoti abbracciare frammenti di armonia sublime.
Erano in centinaia le persone in fila, domenica mattina, per iscriversi alla scalata a piedi del Pirellone, il grattacielo di Milano che si scaglia in aria di fianco alla Stazione Centrale nella sua eleganza di specchi simmetrici e ripetuti. C’erano giovani, anziani, uomini, donne. Tanti coraggiosi: tutti pronti ad assaporare una Milano diversa.
Prima, però, c’è stata la gara agonistica maschile e femminile. E a sentire i tempi venivano i brividi. Il vincitore degli uomini è schizzato su in 3’ 42’’. Il tempo che c’ho messo io a risalire con lo sguardo i 127 metri possenti di vetro, cemento e lamiere che avevo lì davanti. Lui era già su, e tutti a chiedersi “ma come ha fatto?”.
La salita non agonistica è iniziata a mezzogiorno. Eravamo divisi in gruppi, dalla A alla Z. Supero la soglia dell’edificio, salgo i primi gradini esterni ed inizio il movimento ripetuto delle gambe che dopo un po’ assomiglia ad un Om mistico. Salire ricordava una meditazione fatta con il corpo.
Piede appoggiato, l’altro richiamato. Piede appoggiato, altro richiamato di nuovo. E via così. Nei piani intermedi c’erano dei pianerottoli. Guardando fuori si intuiva come l’ascesa proseguiva rapida.
Piano 17, Piano 18. Ne mancano solo 13. Poi Piano 26: qui il ricordo è andato per un attimo alle due vittime dell’aereo da turismo che nell’aprile 2002 si schiantò contro il grattacielo. Ci siamo: 29, 30 ed eccomi entrare nello spazio a vetrate del nuovo belvedere inaugurato lo scorso anno. Un uomo in casacca gialla batte le mani e grida “bravi, ce l’avete fatta”. Una donna sulla sinistra offre da bere e mi porge la piccola pergamena in ricordo della giornata.
Muovo gli occhi piano, quasi rispettoso, per non rovinare con la fretta la preziosità di quello che vedrò. La nebbia copre gli edifici come cotone morbido. Pensi “peccato, con il sole avrei potuto vedere molto più in là”. Ma quel che c’è è abbastanza. La vita sotto sembra infinitamente piccola vista da lì: dal cielo bianco e lucido di Milano.
Le emozioni visive sono difficili da spiegare. Da quella prospettiva sembra di poter vedere tutto, essere privilegiati, poter capire qualcosa in più di se stessi e gli altri. La vetta è conquista di uno spazio interiore soprattutto. Quando prendo l’ascensore per scendere sento la verticalità opposta. Dopo la scoperta viene il tempo della meditazione.





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Bello questo “viaggio”. Originale e diverso dai soliti, ma altrettanto avvincente. Complimenti!
Grazie di aver letto il mio articolo.