Rustico trampolino di pace montana da cui spiccare il volo verso gite e passeggiate. Questa è Padola di Cadore (1215 m), frazione del comune di Comelico Superiore (BL). Svegliatomi presto e compiaciuto per la temperatura nonché di un sole splendente, non posso rimanere in casa. Rapido cambio d’abiti e via. Spalancata la porta, l’aria alpina è fresca e istantanea.
C’è ancora pochissima gente in giro. La piazza è praticamente deserta. Dindoneggiano le campane della chiesa di S. Luca. Lassù intanto, a controllare che tutto fili tranquillo, il maestoso monte Aiarnola.
Entrato al Bar Perini, e nonostante la giornata ricordi molto più un luglio inoltrato, ho come l’impressione (desiderio) che potrebbe mettersi a nevicare. Resto un paio di minuti a fissare il bordo della finestra, conteso fra ambientazione e un aldilà alquanto fantasioso.
Con l’odore del cappuccino mi dileguo in un abbozzo di sorriso metallico e velatamente cinico, affinché non siano rivelate le aggiornate generalità dei miei pensieri. Con il delicato stridore della porta che si riapre per un altro cliente, mi dissolvo definitivamente nella dolce pazzia di un nuovo giorno tutto da sentire.
Direzione Sesto/S. Candido. Basta un attimo e il percorso è tutto una curva. Meno male che la mia colazione è già lontana. Si viaggia per dieci minuti circa finché non trovo l’indicazione su un cartello giallo della Malga Coltrondo (1880 m). Di lì la carreggiata si dimezza e i tornanti si fanno ancora più serrati. La pendenza aumenta. In compenso però, divento un’innocua comparsa in mezzo al bosco.
Vista la poca velocità con cui sono costretto ad avanzare, sbircio fra i signori della Natura. Abbozzo tane di animali e volatili. Mi torna in mente l’albero del film Il mistero di Sleepy Hollow (1999), di Tim Burton. Immagino un sottobosco che ci stia spiando divertito, degustando resina e bevendo acqua di fonte.
Poco più di una ventina di altre incontaminate divagazioni mentali e almeno altrettante panoramiche descrizioni, e si arriva. Ad attendere noi turisti, uno scenario che non ha paragoni: il Monte Quaternà (il Cervino di Sesto), dalla caratteristica forma vulcanica.
Senza perdere altro tempo comincio a passeggiare buttando l’occhio tutt’attorno. Chissà, magari c’è un porcino fuggitivo che vuole omaggiare il mio arrivo. Lungo il cammino, alcuni sentieri. Si potrebbe andare al rifugio delle Alpi di Nemes (raggiungibile anche da Passo Monte Croce), o iniziare una “maratona” verso il Quaternà. Magari la prossima volta.
Addentrandosi, bastano appena pochi metri per essere proiettati in una dimensione fatta di pini, abeti e larici. Brevi frazioni d’acqua e piccole pozzanghere con sopra fragili croste ghiacciate creano incedibili riflessi e giochi di luce.
Il sole non dà tregua. Si fa così forte al punto che alle due del pomeriggio posso restare in maniche corte a quasi 1900 m. Ritornato alla malga, lascio da parte le fatiche e inizio un’approfondita conoscenza dei deliziosi cibi locali. È un trionfo di piacere. Dalla polenta col formaggio fuso allo spezzatino di capriolo. Dai soffici canederli con crauti, all’autentico succo di mela.
A tu per tu con il sole in alta quota, disteso sull’erba. A farmi compagnia ci pensa un gregge di capre, lasciate libere di pascolare. Si dimostrano socievoli e facili alle carezze. Il vento intanto si fa vivo. I gradi iniziano a scendere, e alla mia innocua t-shirt devo aggiungere qualche strato. Giusto il tempo di aggiungere il timbro della malga, e mi carico lo zaino sulle spalle. Ho appena iniziato il mio viaggio.





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