“Nothing’s gonna stop me now/ California here we come” – Nulla può fermarmi, California sto arrivando. Continua a rimbalzarmi nella mente la hit dei Phantom Planet, colonna sonora del serial americano The O.C. In ordine temporale è la canzone che più mi attira verso l’ovest statunitense. Tralasciata la costa orientale e le indescrivibili bellezze dei giganteschi parchi nazionali, la meta è la megalopoli Los Angeles.
Ciascuno di noi, seppur da lontano, nel corso della propria vita costruisce relazioni personali con luoghi. All’inizio magari senza esserci fisicamente. Questione di affinità. La sua storia. Le sue strade. Il suo dialetto, perfino. Questione di ricordi o di un futuro. Los Angeles e i suoi artisti musicali hanno scolpito (e continuano farlo) molte pagine della mia vita.
La storia di questa città inizia molto da lontano. Prima della colonizzazione europea l’area fu abitata per secoli dai Tongva (o Gabrieleños), i Chumash e altri gruppi etnici. Come spesso accadde in età moderna, la città crebbe in maniera esponenziale nel giro di pochi decenni, fino a diventare una delle più grandi realtà metropolitane del Pianeta. Volano della sua incredibile crescita, petrolio e acqua.
È un altro tipo di acqua però quella che mi attira di più. Un po’ più salata. Quella dell’Oceano Pacifico, la cui aria mescolata a quella decisamente più calda del deserto dà luogo a fenomeni di nebbia. Il fascino del mare, e forse di qualche Baywatchiana memoria, m’impongono una fondamentale visita sulle spiagge, subito sostituita da una corsa sulla sabbia a tutta adrenalina.
Los Angeles, perfetta metafora degli Stati Uniti. Luci e ombre cercano una strada percorribile. Quella che il neo-presidente Barack Obama in qualche modo sta cercando di costruire. Anzi, migliorare. Nella tanto sognata California arrivano da tutto il mondo alla ricerca di un posto davanti alle cineprese, mentre poco lontano, sul vicine confine messicano, il sogno di tanta gente alla disperata ricerca di una nuova vita s’infrange spesso con i rigidi controlli doganali.
Los Angeles, città cosmopolita. Basta dare uno sguardo alle colleghe con cui è gemellata in tutti i cinque continenti, per capire la sua vocazione babelica. Mumbai (India), Ischia (Italia), Tehran (Iran), San Pietroburgo (Russia), Giza (Egitto), Lusaka (Zambia), Spalato (Croazia), Giacarta (Indonesia), Salvador de Bahia (Brasile), solo per citarne alcune.
Dopo un tour davanti alle ville dei divi del Grande Schermo e un’emozionante gita agli Universal Studios e Paramount, difficile (se non impossibile) non farsi trascinare nei vortici dell’immaginazione, specie per un amante viscerale del cinema. Ed eccomi in mezzo al fragore degli applausi, vestito casual, nel cuore di Hollywood, per ricevere dallo Steven Spielberg di turno il mio meritato Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Chissà, magari potrei prendere spunto proprio da questo articolo per scriverla.





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