Carlo Buldrini è un profondo conoscitore del Tibet della diaspora. Vissuto in India trent’anni, ha scritto per varie testate italiane e indiane ed è stato addetto reggente dell’Istituto italiano di cultura di Nuova Delhi.
Nel 1971 l’autore, dopo la laurea in architettura, si reca in India per motivi di studio. Vorrebbe estendere le sue ricerche al Tibet, ma non è possibile ottenere il visto d’ingresso.
Ma il Tibet è qui, non è necessario varcare il confine, gli dice un amico. E lo guida nella località dove i profughi tibetani hanno trovato asilo: McLeod Ganj , Dharamsala.
Quasi per caso Buldrini viene a contatto con questa comunità, e ascolta i racconti dei rifugiati.
Nell’ottobre del 1950, l’esercito cinese attacca il Tibet. Quarantamila uomini dell’Esercito di liberazione popolare cinese contro gli ottomila dell’esercito tibetano. Il piccolo esercito del Paese delle Nevi, armato di bastoni e di fucili del secolo precedente, viene sbaragliato.
Dopo la fallita insurrezione di Lhasa del marzo 1959 il Dalai Lama abbandona il paese e viene accolto in India.
La crudele occupazione delle truppe di Pechino costringe un gran numero di tibetani alla fuga, per lo più in India, per raggiungere il Dalai Lama.Il libro raccoglie, dalla viva voce dei protagonisti, la storia dell’esilio del popolo tibetano e della sua lotta per la libertà.
L’occupazione cinese provocherà, nelle sue prime due fasi, quella della collettivizzazione e quella della rivoluzione culturale, un milione e duecentomila morti.
L’intero paese, raccontano i profughi, era stato trasformato in una prigione. La vita in Tibet era diventata impossibile. L’imposta statale sul grano, che gravava sull’80 per cento della produzione, costringeva la gente alla fame. Molti furono i suicidi.
Oggi muoversi all’interno del Tibet è impossibile, racconta un altro testimone. Bisogna chiedere il permesso ai cinesi per fare qualsiasi cosa. Nei luoghi pubblici, non più di tre persone possono mangiare assieme. Ci costrinsero a radere al suolo il monastero del nostro paese, continua un rifugiato. Tutti gli oggetti di valore vennero portati in Cina. Le pagine dei testi buddisti vennero bruciate o usate come carta igienica.Nel 1959 esistevano in Tibet oltre seimila monasteri, ne restano otto.
Nel suo libro Buldrini raccoglie anche la testimonianza della dottoressa Lobsang Dolma, che porta con sé in esilio i segreti della medicina tibetana. Parla ancora della vicenda del X Panchen Lama e della sua misteriosa morte; del rapimento del suo successore, un bimbo di sei anni, e della sua famiglia: di loro non si è saputo più nulla. Racconta l’avventurosa fuga dell’ XVII Karmapa; dedica un capitolo a Thupten Ngodup, martire della resistenza tibetana.
Non manca un’intervista con il Dalai Lama. La simpatia dell’autore per la causa tibetana, non gli impedisce di parlare con onestà delle lotte intestine alla comunità stessa e ai dissensi fra la teocrazia. Come racconta nel capitolo dedicato a Dorje Shugden, e all’assassinio di Lobsang Gyatso. Ne esce una cronaca acuta e avvincente. Uno dei libri più informati sull’invasione cinese del 1950, fondamentale per la conoscenza del Tibet.
La prima edizione del libro esce in India nel 2005 col titolo A long way from Tibet, dove diventa subito un best seller. Ho voluto lasciare ai tibetani nati in esilio, dice Buldrini, una testimonianza sul loro paese. Raccontare ai giovani cosa è successo ai loro padri. L’edizione italiana esce nel 2006, e viene riproposta in questi giorni dall’autore con un giro di conferenze, sulla scia degli attuali tragici avvenimenti.
Carlo Buldrini, “Lontano dal Tibet” edizione Lindau, € 22,00





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