Se capitate dalle parti di Ispra, sonnolento paesino sulla sponda lombarda del lago Maggiore, fate una sosta per visitare le sue antiche fornaci. Non ve ne pentirete.
Lo sfruttamento della roccia della zona per la produzione di calce ha origini antiche. Secondo testimonianze degli annali della Fabbrica del Duomo di Milano, erano attive già alla fine del 1300.
L’area presentava, in effetti, le caratteristiche ottimali per questo tipo di attività. Numerosi affioramenti calcarei, in molti casi direttamente sulla costa, costituivano un’eccellente fonte di approvvigionamento della materia prima da lavorare.
I numerosi boschi, poi, erano sfruttati per ricavare il combustibile per la cottura. La vicinanza al lago, ed al fiume Ticino, infine, permetteva il facile trasporto del materiale lavorato su chiatte apposite verso i mercati di smercio.
In principio l’attività fu di tipo stagionale, parte integrante nella ciclicità delle produzioni agricole, alle quali forniva la preziosa calce viva, utilizzata come “correttivo” dei terreni.
Le tecniche di lavorazione subirono un’evoluzione, affinandosi nel corso dei secoli. Dapprima, nel Medioevo, i forni non erano altro che vere e proprie fosse rivestite in pietra, nelle quali erano disposti il combustibile e le rocce calcaree.
L’avvento della rivoluzione industriale oltremanica portò innovazioni pure su questa sponda del lago Maggiore. Durante il diciottesimo secolo, infatti, fu decisamente perfezionata una nuova tecnica, chiamata del “forno a imbuto”.
Iniziò così la costruzione di ciminiere di altezza variabile, dai dieci ai quindici metri. Alla base, questa nuova tipologia di fornace misurava cinque metri di diametro.
Il principio di funzionamento era tuttavia relativamente semplice, derivando in qualche maniera dalle vecchie fornaci in fossa. Il caricamento delle pietre avveniva dall’alto attraverso apposite aperture, mentre alla base del camino si trovava il fuoco.
L’immane calore prodotto permetteva così la calcinazione della pietra in tempi relativamente brevi. Le fornaci divennero a ciclo continuo, ed il lavoro a tempo pieno, dando vita ad una classe di operai ed artigiani altamente specializzati.
Nell’Ottocento, l’introduzione della ferrovia fece il resto. La fama di Ispra superò i confini lombardi, e le ditte che lavoravano la calce erano già una decina. I forni, accesi ventiquattro ore al giorno, erano posizionati a ridosso della riva del lago, ed il materiale caricato su grandi barconi.
Le Fornaci, malgrado la significativa quota nell’economia della zona, diventarono antieconomiche, sopraffatte da moderni e “mostruosi” impianti industriali. La parola “fine” a questo tipo di attività si ebbe alla fine del 1960, con la definitiva chiusura della fornace Butti.
Oggi, di quel passato operoso non rimangono che i resti, in alcuni casi fatiscenti, delle fornaci crollate sotto il peso impietoso degli anni o per mano dell’uomo. Alcuni forni sono stati trasformati in residenze private, rendendone difficile (ma non impossibile) la visita.
Per chi giunge ad Ispra la prima volta, non sempre è semplice raggiungere il lago, poiché grandi giardini lo separano dal centro abitato. Comunque è davvero difficile smarrirsi, date le ridotte dimensioni del comune.
Come accennato in precedenza, molte delle aree sulle quali sorgevano gli impianti per la lavorazione della calce, sono state acquistate da privati, compresi i moli degli antichi porticcioli.
Questo costringe il visitatore ad abbandonare la strada del lago, continuando la passeggiata dietro ville private. Un breve tragitto conduce al promontorio detto “Monte dei Nassi”, per poi ridiscendere verso il golfo delle Fornaci.
Proprio a pelo d’acqua, sono sopravvissute due fornaci in discreto stato di conservazione, meritevoli di visita.
Durante alcuni periodi dell’anno, in passato, sono state organizzate diverse visite guidate alle Fornaci come patrimonio storico di archeologia industriale.





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