Lo scricchiolio degli arbusti. La terra fa echeggiare i passi. In qualche modo sono arrivato fin qua. Facendomi guidare dall’ispirazione. Seguendo le orme di molti connazionali di antica Età Imperiale. Non ho certo viaggiato sopra qualche quadrirema, semmai in un comodo aereo, ma il fascino di arrivare in terra iberica, è eguale.
Finalmente il sole comincia a scaldare. L’ideale per abbandonare le vette innevate e dirigersi verso più miti tepori. Mi affido alla Lonely Planet e vengo incuriosito da un nome. Las Medulas. Mi suona un po’ familiare. Suona come Las Nubes, il vigneto teatro della pellicola Il profumo del mosto selvatico.
Giunto nella Spagna nord-occidentale, nella provincia di León (capoluogo dell’omionimo Regno, comunità autonoma di Castiglia e León), “un po’” di marcia e, si bussa alle porte di Ponferrada, importante nodo stradale e capoluogo della comarca di el Bierzo, il cui nome trae origine da un ponte costruito nel XII secolo per consentire ai pellegrini di superare il fiume Sil, nel loro cammino verso Santiago di Compostela.
Immerse in un paesaggio rossastro con alberi di castagno secolari dagli enormi tronchi, ecco “Las Medulas”, le miniere d’oro a cielo aperto dei Romani. Sfruttate per due secoli, e dal 1998 diventate Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
Fu lo scrittore Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.), morto durante l’eruzione del Vesuvio che distrusse Ercolano e Pompei, a tramandare le operazioni di scavo. Grazie a un sistema di canali di centinaia di chilometri, l’acqua veniva trasportata dalle montagne della Sierra de La Cabrera a Las Médulas, quindi condotta in tunnel sotterranei dove la pressione frantumava le rocce separandone l’oro caldo.
A parte qualche famigliola spagnola, non c’era nient’altro. Solo una sensazione di sfida (rispettosa) fra uomo e natura. Iniziata agli albori dell’umanità, e mai finita. Avvicino il naso per assaporare questa roccia. Ripeto l’operazione più volte per essere sicuro di sapere bene cosa stia ricordando.
Frugo nelle tasche, e qualche euro mi consente di entrare in una galleria armato di casco e torcia gentilmente fornitami. Faccio un salto indietro di qualche evoluzione. E da homo erectus, mi trasformo in homo “accucciatus” per passare in certi punti. Forse potevo indugiare un po’ più, ma ognuno ha i suoi limiti.
Riemerso sulla terra assolata, cerco un punto panoramico dove poter far distendere ogni mia brama visiva. Come un Tristano del terzo millennio, piego il braccio sinistro lasciandolo a mezz’asta, convinto che un falco verrà da me. Posso confidarmi. Sarò rimasto a occhi chiusi per almeno dieci minuti, e qualche verso rapace sono certo d’averlo udito.





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