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Laos, sulla Statale Nove

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Entrare in Laos, dopo l’iniziale facilità con cui è stato appiccicato il visto sui nostri passaporti, è un odissea. Partiamo da Hué alle quattro del mattino. Raggiungiamo Dong Ha dopo diverse ore, tagliando risaie verdissime e agglomerati di case fatiscenti.

Dong Ha, un tempo, ospitava il comando di logistica dei marines americani. In tutta l’area, vecchio confine fra la Repubblica del Nord e il regime fantoccio del Sud, i segni della guerra sono ancora evidenti. Povertà, rovine, campi bruciati, storpi.

Da Dong Ha arrivare a Savannakhet, in Laos, è abbastanza facile se sei un turista occidentale, zaino firmato in spalla, e poca voglia di entrare in simbiosi con le usanze locali. La zona è piena di procacciatori turistici che organizzano autobus con aria condizionata e soste folcloristiche nelle zone di guerra.

Dieci minuti di sosta a Camp Carroll, altri dieci a Khe Sanh, cinque minuti a Lang Vay, fra un sorso di birra e l’altra. E’ così che i giovani turisti anglosassoni imparano la Storia.

Mentre mangiamo una frittata fredda decidiamo di ignorare lo sciame di occidentali e di comfort e saliamo su un pulmino sgangherato che può contenere nove persone, ma il detto tipicamente vietnamita “volere è potere” fa sì che ci si impegni per raggiungere un carico maggiore.

Saliamo in dodici (tredici con l’autista), più un lattante, valigie, ceste, sacchi di iuta. Siamo gli unici due occidentali, nessuno spiaccica una parola di francese o inglese.

Soste in villaggi Bru, bambini malnutriti, comunità tribali con fucili d’assalto, un sorpasso azzardato, un motociclista morto. Il nostro furgone, con mille brusii e il motore che gratta, supera un altro furgone stipato. Un terzo furgone va in doppio sorpasso alla nostra sinistra.

E’ come se il tempo rallentasse, non ci rendiamo conto del motociclista fino a quando, di fronte al nostro finestrino, non vediamo la moto alzarsi in cielo e lui steso a terra, in una grottesca e drammatica posizione da “sturmptruppen”, le braccia rattrappite, la motocicletta a terra.

Il nostro autista, non essendo stato coinvolto nello scontro, rimette in moto. Protestiamo che bisogna scendere e dare una mano a quel poveraccio. Il copilota ci dice qualcosa, facendoci vedere l’orologio al polso.

Non parliamo. Guardiamo la boscaglia, la polvere rossa che si alza nel cielo. Un uomo è morto. Noi proseguiamo. E incontriamo poveracci che sul ciglio della strada vendono bossoli arrugginiti. Sul Song Xe Pon c’è il confine, Lao Bao, vecchia roccaforte dell’artiglieria nord vietnamita. Davanti alla confinaria bambine abbronzate scambiano fasci di kip laotiani per dong vietnamiti.

I militari laotiani controllano i nostri passaporti. Guardano con curiosità il timbro dei loro colleghi di Tangeri. “Marocco, Africa”, gli diciamo, in inglese. Loro estraggono i timbri e l’inchiostro; due botte secche, due firme e siamo liberi.

Risaliamo sul pulmino. Una giovane donna vomita, l’autista imbocca un sentiero non asfaltato che passa a fianco alla perfetta, asfaltatissima Statale 9. Perché? Un mistero. Per cento chilometri il pulmino guaderà ruscelli, si inerpicherà su montagnole di terra rossa, schiaccerà rami secchi. E di fianco a noi la Statale 9, bella, lucente, asfaltata e nessuna macchina. Perché?

Dopo tre ore di quell’inferno scorgiamo due operai che stanno mettendo asfalto caldo in una buca della Statale. Cento chilometri di strada bloccati per quel misero lavoro?

Ci fermiamo in una baracca a mangiare pollo. Bossoli di bomba usati come recinto per i maiali. Vegetazione verdissima. Bambini con la divisa bianca della scuola. Palafitte.

Qui, fra queste boscaglie, intorno 1353, i soldati di Fa Ngum andavano dai contadini e li informavano che facevano parte del nuovissimo regno di Lan Xang. I contadini probabilmente reagirono con indifferenza e continuarono a fare quello che avevano sempre fatto: coltivare il riso.

Fa Ngum, un signore della guerra lao, a seguito di lunghe guerre fra Tai e Khmer si proclamò re dei territori che si estendono dall’odierna Thailandia settentrionale alla piana di Wieng Chan (Vientiane).

Il regno Lan Xang (Milione di elefanti), per estensione geografica fu uno dei regni più vasti del Sud-est asiatico, ma era scarsamente popolato e mancante completamente di vie di comunicazione terrestri.

Fa Ngum si autoproclamò Fa Ngum il Conquistatore e indirizzò il suo pensiero costantemente all’arte della guerra. I suoi ministri, dopo vent’anni di terrori e lutti, si stancarono. Lo costrinsero all’esilio. I soldati tirarono un sospiro di sollievo e si apprestarono ad una lunga licenza.

Ma a Fa Ngum era succeduto il figlio maggiore, Oun Heauan, che come prima cosa ordinò ai soldati di recarsi ai quattro angoli del regno per fare un censimento dei maschi adulti. I contadini molto probabilmente gli diedero i loro dati senza protestare e poi tornarono a curare il riso.

Ouan Heuan governò per 43 anni. Fece erigere un sacco di wat, e trasformò il regno in uno dei più grossi centri commerciali nel Sud-est asiatico. Ma poi, come tutti gli uomini, anche Ouan Heuan morì. E iniziò la lotta in famiglia. I soldati si ammazzarono fra loro, i 300 mila sudditi vennero depredati.

Povertà, lutto, miseria. Tre bambini ci guardano con occhi acquosi. Davanti al bagno: un buco nel pavimento circondato da quattro lunghe assi di legno, due maiali grufolano felici.

L’autista fa cenno con la mano. Ripartiamo.

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