Sotto una pioggia che cade in aghi obliqui, con un pickup, puntiamo a sud verso il confine cambogiano. La pista fatiscente scorre tra il Mekong e una campagna brulla forata da enormi buche, testimoni di una guerra non lontana. Qualcuno vi ha piantato dei fiori. Questo è il Laos. Un paese dall’innocenza culturale e ideologia.
L’ombra lunga della storia è arrivata anche qui. Il colonialismo francese ha visto monaci insorgenti opporsi a missionari intransigenti. Dopo “una guerra tra fratelli”, il discusso intervento americano si è infranto contro la forza di etnie riunite da un ideale socialista.
Nei villaggi adagiati sul Mekong o aggrappati alle colline vivono le minoranze Hmong, Yao, Lolo, Houni e Kho suddivisi in altre 68 sottominoranze. I Lao Loum, gruppo etnico principale, sono sparsi in tutto il Laos.
Attorno alle città, i contadini si destreggiano tra progresso e tradizione. Negli sperduti villaggi prevale la cultura degli antenati e dell’animismo. A Saravane, nel profondo sud,
il villaggio Uei-Hun riunisce il ceppo dei Katou.
Vivevano sulle montagne, erano cacciatori e “praticavano” il disboscamento. Ufficialmente è il motivo per il quale il governo li ha trasferiti su un territorio della pianura. Qui coltivano riso, arachidi e allevano maiali.
Ricostruito su palafitte come quello originario, il villaggio ha l’accesso segnato da due pali. Non vanno sfiorati pena il sacrificio di un bufalo. Avvertiti in anticipo, lo attraversiamo con estrema prudenza.
Le novità viaggiano in fretta da queste parti, più veloci dei semi portati dal vento. Siamo già circondati dalle grida dei bambini, ruzzare di cuccioli, svolazzare di galline rincorse da bruni maialini mentre gli aquiloni cadono al suolo, srotolando matasse di sogni.
I vecchi sono schivi. Nel volto un’antica saggezza di chi conosce la verità. Hanno visto, nascosto, combattuto. Una vita fatta di consuetudini, peregrinazioni astrali e responsabilità legate alla terra senza varianti. Tranne quelle imposte dalle stagioni e dalla guerra.
Al villaggio Gnè si arriva a dorso di elefante. Due ore di lento arrancare del grosso pachiderma che ondeggia come una barca in piena tempesta in mezzo ad una vegetazione vorace.
Nei borghi sperduti le giornate scorrono tutte uguali come un rosario dagli identici grani. Ci si alza alle cinque dal pagliericcio di stoppie di mais nelle capanne costruite su palafitte dove le galline dormono accanto ai neonati e, sotto le case, grossi porcelli mangiano nella stessa ciotola del cane.
Di giorno si incitano i bufali davanti all’aratro con voce affettuosa. La sera il villaggio s’illumina di poche lanterne a kerosene e i canti delle madri cullano i bambini con voce chioccia. Dopo la lenta giornata di lavoro gli uomini, in una lingua di gorgheggi e sussurri, discutono del raccolto, della famiglia e di politica. Si scuotono i pensieri infiammando gesti e parole.
Siamo a metà tragitto, vorremmo conoscere altri villaggi ma il tempo incalza. Proseguiamo tra sobbalzi, lunghi percorsi a piedi, fermate obbligate per tirar fuori la jeep bloccata dal fango, guadando tratti del Mekong tracimato, mentre l’altra sponda non è più visibile.
A Khong il fiume si allarga di 10 chilometri ed entra in Cambogia. Natura sconvolta, rumore assordante. Al centro numerose isole sembrano bastimenti alla deriva. Un delirio d’acqua e fango contro un orizzonte d’ambra mentre il vento scompiglia le fronde di alberi quasi sommersi.
La sensazione è che il mondo finisca qui.





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