Sabay dii (buongiorno). E’ la melodica voce dell’esile interprete di Vientiane. Khàwy seu Sina ( mi chiamo Sina). Laccon Sina (ciao Sina). Qui, in Laos, la gentilezza è altrettanto preziosa quanto l’acqua e il riso.
Un paese in miniatura, stretto fra Vietnam e Tailandia, dove, nelle campagne gli anni passano al ritmo naturale del sole e della luna. Dove una ciotola di riso e cavolo, del pesce arrosto fanno ringraziare gli dei della loro generosità. E’ così oggi come ieri.
Il lungo isolamento ha creato un alone di magia e un’armonia straordinaria tra natura, arte e uomini. Con prudenza asiatica, e senza voler raccontare di se con le proprie miserie e macerie, nel 1990 il Laos ha aperto le porte all’Occidente.
Baw Pen nyang (non è grave, non fa niente, si rimedia) è l’espressione tipica laotiana. E’ così oggi in “tempi di pace”, era così ieri “in tempi di guerra”. Anche quando l’estenuante guerra civile, serpeggiata in Laos come un cavo elettrico spezzato, ha infiammato città e villaggi. Da piccoli uomini, fucile in spalla, un pugno di riso, il largo cappello a cono, nel 1975 è sorto il nuovo stato laotiano, oggi in bilico tra realtà interne ed esterne.
Vientiane ci accoglie col tramonto sul Mekong: il cielo si è sciolto in una miriade di strisce dorate. Il sole, prima giallo- poi-porpora-poi arancio, scompare. Resta un breve arco di tempo in cui i colori sono bellissimi e il cielo ne riflette la luce. Qui, in Laos, i cieli sono maestosi: l’unica cosa che la guerra non ha mai devastato.
Nonostante il regime socialista il buddismo riveste ancora un ruolo importante.
Col peplo arancione, un’ infantile e misteriosa arguzia nel volto, i monaci si trovano ovunque: in fila lungo le strade, nei mercati sotto un sole umido e dolce, quasi abbandonati in una sonnolenza fatta di frasi importanti e scherzose.
Li trovi a pregare e filosofare davanti a pagode e stupa mentre osservano con occhio indulgente il modernismo che si affaccia in questo paese quasi sconosciuto. Sotto un’afa languida e immota, un’esplosione di guglie dorate a forma di fior di loto chiuso si stagliano contro un cielo arrabbiato, gonfio di pioggia: è il reliquiario That Louang, luogo di pellegrinaggio nazionale.
Il cupo suono dei tamburi nel monastero Vat Sisaket, annuncia il momento della preghiera e l’arrivo del monsone pomeridiano. All’interno centinaia di piccole statue raffiguranti Buddha, circondano la biblioteca, custode della storia. Fragranza di cuoio, polvere di vecchi libri che danza nella lama di luce filtrata da tende di velluto scuro.
Se si esclude quella aerea, le vie che uniscono la nuova capitale Vientiane all’antica, Louang Phrabang, sono due: la statale 7 non sempre praticabile e il Mekong, tre giorni di navigazione in situazioni proibitive e salvo autorizzazione delle autorità locali.
Ancorata tra il Mekong e il Nam Khane, la città imperiale, sembra non voler cedere ad un socialismo dalle poche certezze e alle lusinghe del consumismo che rompe ritmi secolari. I templi sono intatti o restaurati. Linee austere di pagode e palazzi emergono dalle case in legno col tetto che scivola verso il suolo. Segreti e misteri di fiabeschi re mantengono inalterato il senso di solidità antica e mistico orgoglio.
Vat Xieng-Thong, il grande complesso monastico custode dei Buddha, domina dall’alto le strade della città, l’esplosione delle pagode e la confluenza dei due fiumi che abbracciano la penisola con un ampio arco, cornice di un magnifico dipinto.
C’è profumo di frangipane (Cham pa in laotiano, simbolo del Laos), di fronte alla Vat That Louang dove si celebra una puja (servizio religioso). All’interno, odore d’incenso, salmodiare di giovani monaci con pause scandite da pungenti gong e dal profondo suono di trombe.
Un gesto di assenso. Con grazia felpata, il vecchio Maestro dagli occhi acuti, pone fine al nostro indugiare nella penombra. Restiamo protetti dalle colonne. Nel fievole ondeggiare, l’arancio delle tuniche s’intreccia a sciabolate di sole. La fotogenia dell’ambiente e l’atmosfera sono ipnotizzanti. Uno, due, più click col ritmo dei tamburi.
Poi, in apnea nell’ascoltare un linguaggio laudativo e sconosciuto che lascia libero il corpo da ogni peso.





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Bell’articolo.
Vivo da anni in Laos ed in effetti le sensazioni che l’autore dell’articolo ci trasmette sono molto simili a quelle che spesso ho provato anche io.
Purtroppo, una volta passato il momento mistico, il Laos ed i laotiani spesso si dimostrano cittadini del mondo, dandogli tempo stanno facendo e faranno gli stessi stupidi errori che una buona parte dell’umanita’ (a cominciare da noi occidentali, moderni e democratici) ha gia’ fatto.
Sarebbe stato meglio per noi e, specialmente,. per loro se fossero rimasti com’erano all’inizio degli anni 90, un popolo genuino e alla fine felice… purtroppo hanno aperto le porte ed il cancro del consumismo e della globalizzazione ha intaccato anche questa societa’, con tutte le sue conseguenze… e siamo solo all’inizio.
Per capire cosa intendo guardate il film documentario “Zeitgeist Addendum” (scaricabile gratuitamente dalla rete o dal sito http://www.thezeitgeistmovement.com).
Buona fortuna o, come si dice in Laos, Sok di.
Ciao Massimo, grazie per il tuo intervento. Il Laos non è un viaggio di penna scritto nella moleskine e fissato in centinaia di scatti. E’ uno stato d’animo. Questo ho voluto raccontare.
Il paese stà cambiando. E’ vero.Hai ragione. E’ inevitabile e sai il perchè.
Ma se il “suo cuore è gentile”, gli scossoni della storia lo possono sedurre, mai “strappare”.
Massimo, ti do’un appuntamento “in Laos” con i prossimi articoli 2 e 3.
Laccon Massimo e sok di. Ti aspetto
marta
Marta Forzan’s writing paired with the magical images are truly an experience to be relived over and over again! She transports you effortlessly into a world so different yet so familiar.
Thank you for this magnificent collection of articles by this amazing author.
Merci Zaza, (do set dooram…)quello che scrivi mi riempie di gioia e ti ringrazio. Ma chi, meglio della tua splendida voce può attraversare confini, barriere, nostalgie.La tua musica,i tuoi testi rivelano sentimenti profondi che ci portano ALTROVE e invito tutti i lettori de Il Reporter a seguirti nel tuo viaggio. Godafes Zaza e GRAZIE