Poco distante dal confine con la Francia, a soli dieci chilometri ad ovest di Heidelberg, la città tedesca della filosofia, svetta, in tutto il suo splendore, il castello di Schloss Schwetzingen, nell’omonima cittadina.
Germania, non troppo distante dalla foresta nera, nel paese noto anche per la sua coltivazione di asparagi, lo sguardo si sofferma, incantato, sul castello che il principe elettore Carl Theodor, nel Settecento, volle a tutti i costi come sua residenza estiva.
Lo Schloss Schwetzingen. Il culmine del barocco tedesco nella regione storica del Palatinato, già feudo dei conti palatini del Reno nel X secolo. Oggi nel Baden- Württemberg.
Nel cuore del paese che lo ospita, ci si trova innanzi al grande cortile dal quale si accede al castello e al suo originale parco, vera perla. Sulla facciata della mirabile costruzione rosa, si trova il grande orologio le cui lancette sono invertite. La piccola indica i minuti e la grande le ore. Questo per meglio consentire ai cavalieri, in lontananza, di leggere l’ora.
Valicato l’accesso ai giardini, lo sguardo, sgomento da tanta bellezza e ampiezza, si arresta. Il tempo si placa e, persino il clima rigido invernale sembra mitigarsi.
Rivolgendo le spalle all’edificio regale a forma semicircolare, al punto che sembra abbracciare il viaggiatore e accompagnarlo verso i giardini, ci si dirige alla scoperta di un mondo. Il mondo desiderato dal principe che aveva una innata passione per l’eccesso.
Il parco della reggia è un tripudio al tutto. I giardini, oltre settanta ettari, seguono il modello francese dell’epoca, mentre la superficie è occupata da un singolare Tempio di Apollo, una sala concerto greco-romana, piccoli ponti che sovrastano il lago, a dorso d’asino, che richiamano lo stile orientale e, infine una monumentale moschea rosa i cui minareti, svettanti verso il cielo, la cupola e il portale, sono di stampo gotico tedesco.
E’ un edificio, a scopo decorativo, di grandi dimensioni, luminoso ed eccentrico. La parte retrostante si affaccia sul laghetto di ghiaccio che ne accoglie il riflesso rosato. A sormontare i minareti, la mezza luna araba di colore oro, brilla sotto la luce biancastra invernale, mentre gli alberi, semi spogli le cui foglie sono “arrossate” dalla durezza della stagione, fanno da sfondo.
Il paesaggio è d’incanto. Fiabesco. Sembra che, da un momento all’altro, una creatura fantastica debba uscire, per magia, dai ghiacci del lago. Il silenzio aiuta la contemplazione e il tramonto infuoca il colore della moschea.
La sensazione è la stessa che si provava da bambini, quando il cuore era pronto ad ascoltare una storia il cui inizio era: “C’era un volta, tanto tempo fa…”.
E quindi, c’era un volta, nel Settecento tedesco, un principe dall’animo inquieto che trasformava i suoi capricci in realtà e, con un solo tocco di scettro, ordinava la costruzione di un edificio arabeggiante dalle mille e una fiaba.





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