Maniaco come sono dell’igiene, non ricordavo, o forse non l’ho mai conosciuto, l’odore del mio corpo. Troppe docce e troppi profumi. E’ sufficiente girare una manopola, aprire un rubinetto, sbattere un ciglio e la luce, l’acqua e il gas arrivano.
Invece in India l’acqua non è scesa da nessun tubo per tre giorni e, quarantadue gradi all’ombra, ho finalmente capito che ho odore ho.
L’India non ti darà scampo: ti prenderà per le budella cambiando i meccanismi del tuo pensare, e se tu non la lascerai fare, sperando di poterti adattare, conterai i giorni che mancheranno alla fine del tuo viaggio.
Io mi sono fatto fare tutto ciò che lei voleva farmi – passivo, educato e mai scontroso – con il suo carico di miseria, di immondizia, di persone ammassate e di sorrisi regalati, di vacche e di cani zeppi di mosche, di spiritualità vera e confezionata.
Spesso confezionata su misura per turisti in cerca di emozioni diverse, così come un buon sarto saprebbe disegnare un vestito per un cliente non troppo esigente. Sulle sacre sponde del Gange, con le prime luci del mattino, ho trovato un’umanità multiforme, colorata e diversissima dai canoni occidentali.
Non mi sono arrabbiato quando due finti massaggiatori mi volevano massaggiare per davvero. Li ho lasciati fare e li ho pagati poco, pochissimo, perché non si deve mai debordare dal contesto quando si parla di denaro.
Non mi sono arrabbiato quando una bimba, bella, bellissima, e dai modi fin troppo gentili, è salita sulla mia malferma imbarcazione regalando fiori alle sacre acque in nome della mia famiglia. L’ho pagata meno di ciò che chiedeva. Fermamente sorridendo.
Non mi sono arrabbiato quando un finto bramino mi ha avvicinato scarabocchiandomi un terzo occhio in mezzo alla fronte. L’ho pagato guardandolo come si guarda un simpatico truffaldino.
Non mi sono arrabbiato quando ho chiesto il resto al mio autista personale di “tuc tuc” e lui, per tutta risposta, fingeva di non capire il mio inglese quando nei due giorni precedenti ci eravamo compresi alla perfezione.
Non mi sono arrabbiato quando sui treni notturni ho preso i pidocchi e la gente mi svegliava ogni venti minuti volendomi vendere cibarie di ogni tipo.
Ho sorriso in mezzo ai morti di Calcutta, ho sorriso vedendo i bambini mangiare nel fango con i porci, ho sorriso vedendo la stazione nel tepore infernale del tramonto: corpi orrendamente mutilati che emettevano suoni che provenivano direttamente dagli abissi della morte.
Di notte il caldo era opprimente, i topi rosicchiavano qualche angolo recondito della mia stanza e le immagini registrate durante il giorno percuotevano il mio cervello come un suonatore farebbe con un tamburo: impossibile chiudere occhio.
In India ho riso e sorriso quando non si dovrebbe, e versato lacrime solitarie che, ripensate freddamente in Italia, non ho capito.
Ho visto il Taj Mahal, meraviglia dell’amore in un paese che muore di una miseria sconcertante. Tagore (celebre filosofo indiano) disse che quella era una lacrima di marmo versata sulla guancia del tempo, la stessa che ho raccolto per le strade polverose della mia India, amante violenta e troppo focosa che mi ha fatto terribilmente soffrire.
Per ciò non la dimenticherò mai.





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Mio caro Tibbs,venire con te nella tua India, percorrerne le strade tumultuose e colorate assieme,è stata un’ esperienza molto intensa, una specie di seduta di analisi Junghiana:memorie ancestrali, luci, afrore, tragedia,commedia e catarsi.
Grazie Flavio
Grazie Flavio. Di tutto.
Che bello rivivere attraverso le tue parole le stesse emozioni provate durante il viaggio.
L’India ti rimane dentro, ti sconvolge.
Sono d’accordo Marialuisa,
credo che in nessun caso l’India possa lasciare indifferenti.
Grazie per il tuo commento.