Suguta Valley. Un territorio riarso da un sole inesorabile che giorno dopo giorno, per migliaia d’anni, ha trasformato un primordiale lago in un deserto tra i più infuocati della Terra. Un enorme avvallamento sprofondato di 120 metri rispetto al livello delle acque che formano l’attuale lago Turkana, in Kenya, nel cuore del Grande Rift Africano.
L’idea di organizzare una spedizione in quel remoto angolo del globo si era insediata nei miei pensieri, come un tarlo mi rimuginava nella mente. Non mi dava pace, via via si trasformava in un progetto, in una sfida. Una sfida raccolta anche dai miei compagni, a loro volta contagiati dalla mia esaltazione.
Per mesi mi ero impegnato a cercare qualcosa che documentasse quella sperduta area geografica, ma nulla, neppure una testimonianza. Solo poche righe nelle guide più specializzate sul Kenya definivano la Suguta: ”Una valle infernale chiusa su tre lati da desertiche montagne di lava, continuamente spazzata da violente tempeste di sabbia. Un luogo incredibilmente torrido e secco dove la temperatura media dell’anno è di 55 gradi e la pioggia arriva, forse, una volta ogni dieci anni. Regno solo di serpenti e scorpioni”.
Sapevamo che una volta partiti non avremmo avuto nessun collegamento con il mondo esterno, che dovevamo farcela da soli. Che nessuno, anche in caso di estrema necessità, sarebbe intervenuto in aiuto. Una condizione ben diversa da chi parte sapendo che in caso di emergenza qualcuno arriverà in soccorso.
Al chiarore del plenilunio avanziamo faticosamente nel tetro deserto vulcanico. Un terreno scabroso, sempre più difficile, anche per i nostri cammelli ormai da giorni sottoposti a questa tortura; barcollanti, con le zampe lacerate dalle ferite non ancora rimarginate, mentre altre si stanno aprendo, vanno tra l’acuminato pietrame adombrato da alti costoni rocciosi che si delineano sotto i raggi della Luna.
Le povere bestie a stento riescono a superare l’avvicendarsi di pendii e avvallamenti, che nemmeno tentiamo di aggirare per l’estrema stanchezza, ma anche per l’oscurità non ci fa intravedere altre vie.
Costretti come noi a procedere tra la spigolosa lava, i cammelli esitano ad avanzare, si arrestano, emettono rauchi brontolii a ogni crepa che gli si apre davanti. Sono animali psicologicamente fragili, e quando si trovano in difficoltà non è facile farli reagire.
Così, dal momento che ci troviamo con tre uomini in meno, ci adoperiamo noi ad aiutare questi poveri animali, incoraggiandoli con voci e gesti rassicuranti, camminando vicino, dinanzi a loro per indicargli il percorso.
Con le poche forze che ancora ci sostengono, prima che arrivi l’abbandono, continuiamo ad arrancare verso nord tra blocchi di basalto e distese di lava, sempre più sofferenti, sempre più indeboliti, come se un macigno gravasse sulle nostre spalle, sospinti solo dalla speranza.
Dopo anni, riporto ancora chiaro e indelebile il ricordo di quei giorni che ci proiettarono, come per magia, in un’ epoca remota, lontana, dimenticata, dove solitudine, tempo e spazio erano libertà.
Si dice che partire è un po’ morire, ma è anche vero che nel ritornare si rivive, si rinasce diversi da come si è partiti e maggiormente determinati a ripartire, a morire e a rinascere ancora.



Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car



