Muretti di pietra. Mare ammaliante. Sparuta vegetazione suddivisa in particolare tra lecci, rosmarino e salvia. Il vento che modella la roccia carsica che le compone (a eccezione di Vela Smokvica). Siamo nel mare Adriatico. A quindici miglia marine da Sebenico (Dalmazia), in Croazia. Tra roccia e acqua. L’arcipelago delle Isole Kornati (Incoronate).
È un caldo secco quello sulla costa croata. Anche nelle ore più bollenti, basta un attimo all’ombra per trovare refrigerio. Risulta più difficile del previsto la ricerca di un parcheggio a Zara (Zadar), per poi imbarcarsi velocemente sul battello che porta alle Kornati. Lungo il molo è tutto un susseguirsi di offerte delle imbarcazioni, con tempi e tragitti diversi. Alla fine, cedo al viaggio più lungo sul mare, e in un attimo il faro della città dalmata è già alle mie spalle.
Il blu acquatico invoglierebbe a tuffarsi, ma la cosa non sarebbe troppo gradita dal resto dei passeggeri e dell’equipaggio. C’è chi se ne sta sotto coperta a sorseggiare bibite fresche, chi inizia già ad abbronzarsi. Io, come spesso mi succede in questo tipo di viaggi, appoggio il viso sui gomiti ben spalmati sulla ringhiera. E guardo. Giro. Navigo. Fisso. Saluto con lo sguardo tutto quello che posso toccare con gli occhi.
Si supera qualche altra imbarcazione carica di turisti. Ci sono anche le barche a vela dei navigatori solitari. Alcune modeste, altre decisamente più lussuose. Costeggiamo la costa frastagliata, con le pareti rocciose a picco sopra di noi. Trampolini naturali per chi non soffre di vertigini e ha voglia di un liberatorio tuffo nelle acque profonde.
S’intravede qualche abitazione in pietra di pastori o pescatori che vivono in queste zone soprattutto nel periodo estivo. Formatesi alla fine del periodo glaciale, le Kornati sono 147 isole. Ciò le rendono l’arcipelago più numeroso dell’intero Mare Mediterraneo.
Due ore abbondanti di navigazione si concludono con un robusto (e un po’ anticipato) pranzo a base di tonno fresco con capperi, e poi il tanto atteso sbarco. Subito il popolo balneare, seguendo le precise indicazioni, si precipita nella baia e inizia la festa sulla battigia ciottolosa tra bagni continui. Per l’infelicità dei miei piedi, mi defilo un po’ di lato, e riesco a vedere la linea di boe che impedisce alle barche di avvicinarsi troppo alla riva, e quindi ai bagnanti.
Pur essendo molto lontano, in questo angolo croato ritrovo più Grecia che non Italia, in particolare quella di fronte (Marche). Piccoli stormi di pesci si avvicinano agli scogli senza paure reverenziali. Cerco l’angolo giusto per tuffarmi, e poi resto lì. Con i piedi sospesi nel ventre marino. Con la schiena che ignora la spiaggia popolata. Con le pupille rivolte a qualche barca laggiù. Alla ricerca del proprio orizzonte infinito.





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