Guidato da Munna, il mio Virgilio dantesco, arrivo di fronte al tempio di Kali e subito un bramino, o presunto tale, mi chiama a sé con ampi gesti. Mi fa accomodare in casa sua e ci togliamo le scarpe. Mi chiedo, occidentale e diffidente come sono, se le ritroveremo al loro posto più tardi. Attraversiamo una strada dove scorre un rigagnolo nero e maleodorante.
Munna e il bramino camminano spediti in mezzo alla calca di persone, la mia andatura è invece goffamente insicura preso come sono dai vani tentativi di schivare escrementi, barattoli e resti di cibo.
Mi trovo tra le mani una corona di fiori freschi e una piccola confezione di incensi: saranno i miei doni a Kali, dea della violenza. Gli induisti hanno un dio per ogni manifestazione dello spirito umano e lei è la più temibile: spesso rappresentata con la lingua di fuori, ha un aspetto terrificante; nera e minacciosa esige sangue dai suoi devoti.
In altre epoche si facevano sacrifici umani per placare la sua ira, oggi sono vietati quasi dappertutto anche quelli animali. Quasi dappertutto, ma non a Calcutta (che proprio alla dea Kali deve il suo nome), unica città ad ospitare ancora un tempio in cui si svolgono riti di questo tipo.
Stordito dalla calura, dalla calca e dal vociare delirante, mi ritrovo in una specie di anfiteatro all’aperto, laddove a breve una capra verrà decapitata. Il bramino mi urla in faccia se me la sento di assistere allo spettacolo, gli dico di no, ma rimango lì, stregato dal contesto dantesco.
Un bellissimo animale, nero come la morte e con affascinanti corna ritorte, viene fatto salire sul patibolo a non più di tre metri da me: per un attimo ci guardiamo negli occhi. Violente scosse attraversano il suo corpo. Le zampe cedono alla paura. Viene fatto rialzare a calci nello stomaco. Mia nonna diceva che gli animali sanno. Percepiscono.
Vengono rotte a sciabolate dure noci di cocco perché Kali, insaziabile, vuole anche la frutta. Quindi sulla testa della capra vengono rovesciate secchiate d’acqua affinchè la sua anima venga purificata prima della morte.
La prendono in quattro, ciascuno trascinandola per una zampa, poi un quinto devoto, che danza come un invasato ubriaco, le immobilizza la testa in una specie di ghigliottina. La folla preme, scalpita, urla. La capra bela come un maiale grugnirebbe al mattatoio.
Mi chiedo come la sgozzeranno e prima ancora di darmi una risposta un deciso colpo di sciabola le mozza istantaneamente la testa cornuta: il corpo ricade molle e senza vita. Finalmente senza più tremare.
Guardo istintivamente la testa sul pavimento insanguinato, gli occhi roteano per qualche secondo ancora, incredibilmente bela tre, quattro volte come a piangere aiuto. Mi sento mancare, distolgo lo sguardo e casualmente vedo un cumulo di carcasse sacrificate tempo addietro. Il puzzo è terrificante e le mosche sono disgustosamente voraci.
Giro la testa nuovamente e vedo un magrissimo bimbo tendermi le braccia senza mani: ha gli occhi vuoti di uno squalo bianco. Sfinito abbasso le palpebre e tento di ingannare i pensieri, ma subito mi accorgo che mi è impossibile spegnere l’anima: sono a Calcutta e la nera Kali rimane al mio fianco. Qualsiasi cosa io faccia.





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