Di ritorno da un viaggio di due settimane con destinazione Roma, parte del quale fatto in una lunga pedalata in mountain bike tra Alessandria, la mia città, fino a Grosseto, tappa in cui ho deciso di avvalermi di un più comodo treno per poter arrivare alla capitale, metto un primo ordine ai troppi ricordi e impressioni che ho maturato su questo interessante “cammino a due ruote”.
Non sono un ciclista esperto e nemmeno un campeggiatore di vecchia data. E’ il desiderio di provare un’esperienza nuova che un giorno mi ha spinto a prendere la bici, normalmente usata per lunghe scorrazzate in campagna, a mettere uno zaino, una tenda e un cambio di biancheria sulle spalle, a scegliere in quattro e quattr’otto un compagno di viaggio e a lanciarmi nella piccola, grande impresa di andare “verso Roma”.
La prima tappa, ovvero l’attraversamento del Passo del Turchino (a 532 m di altitudine), sull’Appennino Ligure, comprensivo della strada percorsa per arrivarci e del giorno e mezzo che vi abbiamo dedicato, è sufficiente per illustrare quei luoghi spesso interessanti del basso Piemonte e della Liguria interna, conosciuti per i nomi che condividono con le uscite autostradali ma troppo spesso dimenticati per ciò che sono realmente. Diamo la prima pedalata in Alessandria, città che non descriviamo in quanto “chilometro zero” del nostro viaggio, e che oltretutto saremmo impossibilitati a inquadrare in maniera troppo oggettiva trattandosi di “casa nostra”.
In mattinata, con l’energia della partenza, attraversiamo i paesi della bassa provincia di Alessandria, come Casalcermelli, Portanova, Predosa e Rocca Grimalda. L’impressione, ovunque, è la stessa: piazzette sonnacchiose con signori di mezz’età a chiacchierare sulle panchine, ragazzini in bicicletta e gli onnipresenti cartelli giallo acceso e fucsia che pubblicizzano sagre, che nei giorni segnalati moltiplicheranno all’infinito la popolazione di questi paeselli al ritmo del liscio e all’aroma degli agnolotti.
A mezzogiorno giungiamo a Ovada, porta dell’Appennino ligure. Qui l’aria comincia a essere meno umida, il cielo ha abbandonato la tinta lattiginosa della pianura per tergersi di un blu vivace. A breve distanza si scorgono le basse e boscose montagne che dovremo superare per arrivare al mare, aldilà di una barriera di cui non conosciamo ancora, sinceramente, l’effettiva consistenza: il Turchino. Un’ora di riposo in un parco centralissimo e splendidamente curato, riposando all’ombra di un “albero degli dei” (così lo definisce una roboante insegna), e si riparte.
La strada diventa una lingua d’asfalto in mezzo al verde, percorsa principalmente da motociclisti a velocità folle diretti al Passo, dai quali veniamo anche insultati perché ostruiamo la totalità della carreggiata ai loro virtuosismi. Attenti a non essere spinti in qualche fosso, arriviamo in successione a Rossiglione e a Campo Ligure. E’ specialmente la seconda cittadina a offrirci un’immagine di originalità: coloratissima, con una chiesa caratteristica, affacciata su uno scuro ma placido Stura, e segnalata come “Uno dei Borghi più belli d’Italia”. Qui noi piemontesi ci sentiamo ancora a casa, abituati a considerarci oltre il confine regionale solo quando abbiamo avvistato il mare dall’autostrada; in realtà, siamo ormai su territorio ligure e la cosa è avvertibile: dall’aria, dall’accento, dalla maniera in cui sono costruite le case, strette e piuttosto alte come dimore di pescatori emigrati in montagna.
L’ultima tappa della giornata è Masone. Un altro paese molto diverso da come ce lo eravamo aspettati. Una via centrale ricca di vita e di giovanissimi, oltre che di persone di tutte le età. Un paio di ristoranti, non pochi negozi, un alberghetto assolutamente vintage in cui passiamo la notte, bacheche pubbliche in cui sono appesi risultati elettorali, campi da volley con tornei in notturna gremiti di persone. Per certi versi sembra di essere in val d’Aosta, anche se la temperatura è ovviamente molto più mite.
La comune impressione che accomuna questi posti è che la globalizzazione vi sia transitata, abbia lasciato il suo segno (come i giganteschi viadotti autostradali della A26) e se ne sia poi andata via, lasciando la gente comune in pace. L’alta Liguria è zona di forte transito, ma solo per automobili che seguono il loro percorso sfrecciando tra cime dell’Appennino e gallerie senza avere occasione, necessità o desiderio di fermarsi. E all’ombra dei viadotti (che ora sono parte integrante del paesaggio), la vita dei locali continua come se niente fosse, ancora meglio che in altre zone della pianura. Solo i vecchi albergatori si lamentano un po’ con noi sul fatto che il clima, anche qui, sta cambiando. Ma questo, si sa, dipende da altri e complessi fattori.
Il giorno dopo scopriamo che, arrivando a Masone, avevamo già affrontato e superato la parte più difficile dell’ascesa cominciata ad Ovada. Il Turchino non ci riserva nessuna “parete verticale” finale, solo un paio di tornanti e alcuni incroci con altri ciclisti (in tenuta decisamente più professionale della nostra) che ci salutano. Non più di un’ora e siamo arrivati al tunnel in cima. A 532 metri sul livello del mare.
Il resto, la discesa, scorre via veloce. Tornanti, tornanti e ancora tornanti, sempre più stretti. Alberi che si affacciano a precipizio sulla strada e che poi si aprono in una vallata, in cui scorgiamo qualche abitazione, una chiesetta e, molto presto, le prime industrie e altre grandi “colate di cemento”. Sfreccia il cartello “Genova”, ancora piuttosto in alto. Sfrecciano i ponti, le insegne, le auto e le prime code agli incroci, l’aria già densa di calore, le fermate degli autobus e i camion. Finché arriviamo alla prima cosa che non sfreccia al nostro passaggio, ma che era rimasta immobile ad attenderci.
Il mare.






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