Forse non sarà Ciuchino, il petulante amico fraterno dell’orco Shrek. Magari non sarà un orologio colpito da un fulmine come accadde a quello del municipio di Hill Valley negli anni ’50 quando Marty McFly/Michael J. Fox cercava di tornare nel futuro, ma la storia è altrettanto ricca di emozioni, e di fatti umani. Questo per lo meno, mi succede in Calabria.
Eccomi qua. Dopo un viaggio a dir poco da romanzo, per raggiungere la regione più meridionale dell’Italia peninsulare. Ci sono già stato una volta e almeno tre nella vicina Puglia, e sempre passando per la via Adriatica. Ma in questa occasione, decido di andare fino a Roma, e fare l’unico cambio verso mezzanotte. Un’attesa che è valsa tutto il biglietto.
Nel momento in cui il convoglio sta per arrivare, una massa sovrumana si accalca sul binario della stazione di Termini. A un certo punto, inizio a temere per l’incolumità di una turista orientale. Fortuna vuole che il mio posto sia in uno dei primi scompartimenti, anche se poi si riempie subito. Le gambe trovano poco spazio fra giganti valige.
Da sempre un amante dell’alba, non resisto e alle prime luci mi piazzo davanti ai finestrini sui corridoi. Peccato che qualche incivile si metta a fumare, regalandomi una sensazione di terribile nausea. Trovo comunque il tempo di fare amicizia con un padre di famiglia, che si sta sgranchendo un po’ mentre moglie e figlie piccole dormono ancora.
Smontato alla fermata di Corigliano Calabro, attendo una decina di minuti prima di essere “recuperato”. Due anziani seduti sulla stazione mi scrutano senza troppi complimenti. Una volta ritrovato, prima tappa: supermercato. Ne sono entusiasta. D’ogni città che non conosco, è sempre uno dei punti che più m’incuriosice vedere. Chiamiamola “deformazione di normalità”.
E mentre lascio al mondo femminile il compito di sbrigare un paio di faccenduole, mi aggiro annotando volti e gesti, più che prodotti. Non faccio tempo a uscire dal market che m’imbatto un bell’asinello. Non posso non avvicinarmi e fargli qualche tenera carezza sul muso. Dai suoi zoccoli, mi sembra di poter leggere e imparare tutta la fatica d’infinite miglia.
In un temporaneo museo degli antichi mestieri, trovo più tardi tutti i vecchi strumenti di lavoro. C’è anche un banco di legno da scuola. Quel pezzo di storia paesana conserva tutta la serietà (esagerata) degli insegnati di un tempo. Non faccio a tempo a camminare qualche altro minuto, che mi ritrovo alla chiesa di Santa Addolorata.
Poco distante, c’è il campanile dove sono conservati l’antico orologio e l’altrettanto secolare para-fulmine. Chissà l’acqua che hanno visto cadere nel cielo. Chissà il sole. Chissà i tramonti e le albe. Sono di fronte a due oggetti per niente maestosi, ma forse per questo ancora più grandiosi nella loro dolce piccola grandiosità.
Nel perdermi del sali e scendi di Corigliano, vengo rapito dalle colorate scritte di attività commerciali trascritte direttamente sulla parete. In un’epoca di omologazione quasi forzata, vivo tutto ciò quasi come una soddisfazione: è affascinate trovare ancora tracce della “non-generazione” di internet e cellulari.
Così compero un fiore. Cammino qualche metro, e poi lo lancio sopra il cielo. Lui ricade dietro di me.





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