I ghiacciai d’Islanda sono ampie regioni dotate di vita propria. Le prime lingue che incontro, percorrendo la Ring Road da Est verso Sud, sono quelle del Vatnajökull, il ghiacciaio più grande. E’ giugno, il cielo è coperto e da lontano appaiono grigie, sporche di cenere; i vulcani sottostanti sono attivi, e lasciano queste tracce da sempre.
Trovarsi in loro prossimità, sin dalla strada, scatena l’imperioso bisogno di avvicinarsi per raggiungere il punto in cui il ghiacciaio cede il posto alla terra. Il loro ritiro di decine di metri l’anno mi fa guardare alle lingue come fossero dita in cerca di una presa disperata sul terreno, mentre si fa sempre più intenso il potere calamitante dell’azzurro che scorgo in lontananza.
Giunta a Skaftafell mi incammino sui sentieri che dal tourist information salgono sulla collina retrostante; dopo una breve salita tra arbusti e piante, calpesto morene vulcaniche, dove sporgenze e balconi rocciosi permettono di affacciarsi sul ghiaccio crepato dello Skaftafelljökull.
Ne colgo l’ampiezza ma posso solo abbozzare le esatte proporzioni. Il vento è gelido e impedisce anche ad altri curiosi di restare a lungo sul ciglio di quei pulpiti.
A pochi chilometri a est, un’altra strada sterrata porta ai piedi dello Svinafelljökull, la lingua più pericolosa. Lo raggiungo a piedi, accostandomi ai suoi ultimi tratti, responsabili di un fascino terribile: la superficie è tagliuzzata da crepacci profondi decine di metri, sui quali è sconsigliato avventurarsi senza guida.
Una targa ricorda due giovani ragazzi qui scomparsi e mai ritrovati; oltre al turbamento, chiunque passi di lì condivide, se non il terrore dello smarrimento, quella stessa attrazione per il ghiaccio, la cui vista fa resistere alla ragione e invita a raggiungerlo.
Dal sentiero non mi rendo conto dell’ampiezza dei crepacci; solo alla vista di un escursionista impegnato a camminare su quei cigli prendo coscienza delle dimensioni dell’orrore. E osservo un azzurro tanto più intenso quanto più inquadro un crepaccio, e mi paralizzo, come se quel vetro freddo dal colore così rassicurante mi chiedesse di essere attraversato.
Dopo aver guidato per un breve tratto lungo una piana lunare di sabbie vulcaniche, che costeggia colline di ciottoli lavici, arrivo ai piedi del Sólheimajökull, ghiaccio grigio, come sporco di fuliggine. E’ una lingua del ghiacciaio Myrdalsjökull, vittima della recente emissione di cenere da parte del vulcano sotto l’Eyjafjallajökull.
Accompagnata da una guida, salgo per una breve escursione munita di ramponi e piccozza e da vicino riconosco la cenere nera, dalla grana grossa, appiccicata al ghiaccio come fosse unta, più spessa su cunette appuntite di ghiaccio, appena affacciata sui piccoli crepacci e mulini. La scosto dal ghiaccio e scorgo l’azzurro intenso del vetro, e di nuovo il mio sguardo si perde, attratto da un fondo che non riuscirà mai a scorgere.





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