Il simbolo del regno del Marocco. La più antica delle città imperiali, il centro dell’ortodossia islamica di questa terra africana. È Fès o Fèz.
Un milione di anime vivono qui a 350 metri sul livello del mare, nel fondo di una fertile vallata, capoluogo di provincia, ricca di industrie tessili, di concerie, di lavorazioni delle ceramiche e di armi. Sede dell’università araba.
La città vecchia è, per i suoi edifici, i suoi mercati e le sue moschee, uno dei centri più attraenti di tutto il mondo islamico.
Fès el-Bali è la parte antica che comprende la Medina, tra le più vaste città medievali esistenti al mondo, e Fès el-Jdid è la parte moderna chiamata anche nuova Fès, dove si trova il Palazzo Reale e il mellah, il quartiere ebraico.
Il termine mellah significa “sale”. Questa zona nasce, infatti come una palude salina. Un tempo abitata dagli ebrei, oggi abbandonata, è più facile da visitare rispetto ad un qualsiasi souk ed è più aperta. Ogni abitazione si trova ancora sopra la bottega del commerciante ebreo. Forse, da qui deriva il comune detto “casa e bottega”.
La frenesia della città è tipica di tutto il mondo africano e arabo. È onnipresente e a qualsiasi ora, ma fa parte del fascino. Fa parte del Marocco. I carretti trainati dagli asini passano nelle stradine più strette e anguste, i venditori ambulanti offrono, ad alta voce, le prelibatezze locali appena cucinate sulla piastra sotto il sole cocente estivo.
E, ogni tanto, qualche voce grida “balak, balak”, ovvero attenzione. È il caso di spostarsi immediatamente, prima ancora di chiedersi quale pericolo sia da evitare.
Il souk, ovvero il mercato di Fès è enorme. I negozianti rincorrono i potenziali acquirenti, specie se stranieri, per accoglierli nel proprio negozio, offrirgli tè caldo alla menta e tentare una vendita.
Una volta entrati difficilmente si riesce ad uscire senza aver acquistato qualcosa. La parola d’ordine è: trattare sul prezzo, sempre e comunque. I venditori non conoscono altro metodo di vendita all’infuori di questo. E le trattative possono durare anche alcune ore.
Il souk è un dedalo di viuzze che, poco alla volta, in mezzo al caos di cui tutti e tutto fanno parte, consente di raggiunge la conceria della città.
È un luogo interessante e impressionante al tempo stesso. La si può osservare dall’alto, dall’interno di un negozio di tessuti e cuoio. Appare come una sorta di alveare aperto con tante piccole vasche piene di vernice colorate e tra una vasca e l’altra, entrando fino alla cintola o camminando lateralmente, i lavoratori marocchini preparano i colori. Qualcuno di loro urina dentro le vasche.
L’odore della conceria è intenso, forte, eccessivo e, decisamente poco gradevole, eppure sono in tanti a lavorare qui. La necessità di un impiego fa trascurare anche le più semplici norme igieniche e di sicurezza che, in pratica, non esistono.
La tecnica di lavorazione delle pelli colorate affonda le sue origini in tempi antichissimi ed è attualmente ancora praticata con metodi che risalgono al periodo medievale. Le vasche sono costruite, come un tempo, con mattoni di fango e piastrelle di ceramica.
Se si accantona l’aspetto insalubre, si può considerare la conceria e il suo spettacolo di vasche, come una sorta di tavolozza di pittore a cui attinge per creare un’opera d’arte.
In fondo, in questo luogo nascono i colori.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




