Mille voci si rincorrono come onde davanti al Semperoper, il teatro dell’opera di Dresda. Provo a chiudere gli occhi e associare una bandiera al calderone linguistico che mi rimbomba in testa. Quando sono vicina alla risposta, un silenzio riverente cala tra le persone, annullando ogni forma di cicaleccio. Che succede?
Diversi gruppi di viaggiatori sono disposti a semicerchio all’ingresso dell’Opera, col naso all’insù. La Sindrome di Sthendhal sembra averli colpiti tutti. Sarà per l’emozione di trovarsi davanti al teatro che ospitò il debutto del Tannhäuser wagneriano?
Sarà per l’equilibrio tra forme neorinascimentali ed influenze neobarocche? O per lo sguardo fiero di Arianna e Dioniso, trainati da un quadriga di pantere, che dal tetto dell’Opera fissano con alterigia la piazza ai loro piedi?
La voce della guida sfuma come trasportata dalle acque dell’Elba. Risalgo la corrente dei miei pensieri con l’immagine di Dresda come araba fenice. Bruciata, violata, sfregiata da uomini incapaci di difenderne la bellezza immacolata, eppure sempre decisa e ostinata a risorgere dalle proprie ceneri. La Firenze tedesca adagiata sull’Elba ha vissuto più volte il proprio Rinascimento in questi secoli, tra incendi, saccheggi e bombardamenti.
Cammino tra le vie di Dresda e le pellicole dei cinegiornali di guerra si proiettano nella mia mente, rievocando il Feuersturm, la “tempesta di fuoco” che ha seminato distruzione, morte, terrore. 65 anni dopo quella notte di San Valentino, in cui la città venne rasa al suolo dalle forze aeree alleate, Dresda è tornata ancora una volta a risplendere.
Alla Gemäldegalerie, pinacoteca che raccoglie 700 opere dei migliori artisti tra il XV ed il XVII secolo, si parla italiano, fiammingo, spagnolo: Giorgione, Correggio, Raffaello, Hans Holbein il Giovane, Jan Vermeer, Rembrandt, Velasquez, De Zurbaran. Una girandola di colori e forme che mi stordisce con piacere. La loro messa in sicurezza durante la guerra li ha risparmiati dall’atroce spettacolo dei bombardamenti alleati.
Lasciato lo Zwinger, il polmone verde accanto alla Gemäldegalerie, decido di prendere la Schwebebahn, la tramvia pensile inaugurata nel 1901 e miracolosamente scampata alla distruzione. Il dislivello non è molto, ma dominare la città dall’alto, con la brezza che spira tra i capelli, ha sempre il suo effetto romantico.
Tornata nella città bassa, l’ultima tappa del mio viaggio è presso la Brühlsche Terrasse, il salotto buono di Dresda. Da questa splendida terrazza, che Goethe definì il Balcone d’Europa, la visuale spazia fino alle colline Loschwiz. Il verde limaccioso delle acque fluviali si amalgama con quello del paesaggio circostante, creando stupende tavole cromatiche.
“Il tempo, ch’io ho qui passato, io non lo so misurare” dice il trovatore Tannhäuser alla dea Venere parlando della sua permanenza da lei. Ore, minuti, secondi scivolano silenziosi sull’Elba. E anch’io, appoggiata da chissà quanto alla balaustra della terrazza, ho perso la cognizione del tempo.





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