E’ stato un viaggio lungo. Ma non illudetevi, non finirà nemmeno quando sarò tornata in Italia. Nel momento di atterrare, stringevo una collanina che portavo al collo da dieci anni. Valeva una promessa. Fu un sorriso annacquato. Ero più piccola, ma abbastanza saggia da capire che il mio cuore non mi stava mentendo.
Eccomi arrivata. Forse è vero che a Seattle piove sempre, anche se dicono che la media delle precipitazioni sia inferiore a quella della Grande Mela, ma qui, anche oggi, splende il sole. Questa città mi fa impazzire. Tutta la gente nei tavoli delle stanze comuni dell’ostello. Un caffé in mano, anche se non particolarmente gustoso, mi fa stare bene.
Esco. Le persone fuori sono spettacolari. Arrivo al Westlake Center (1620 4th Avenue). Un viavai di gente. Una strada ampia con una piazza. Tutto molto colorato. Nel mio vagare primogenito, m’imbatto in esseri umani che regalano abbracci. Basta avvicinarsi e ne ricevi uno. Mi butto. Sono sorpresa e commossa fino alle lacrime.
Vado a gustarmi un altro caffé sulla baia, tra i colori e i profumi del market poco distante. Con la luce solare che mi scivola sopra le spalle, riempio tutti i buchi di tempo, leggendo. Non dico di chi perché sarebbe troppo personale. Ho di fronte a me l’Oceano Pacifico. Il suo sapore salino mi pare differente da quello cui sono abituata.
Talvolta quasi saltello. Passano le ore e giungo a Pioneer square. In questa piazza ci sono molto senzatetto. Non si guardano in cagnesco, e anche la mia presenza non sembra infastidirli. Scambio qualche parola con loro. Vorrei ascoltare tutte le loro storie.
Seattle non è diversa da come la immaginavo. E’ molto moderna ma anche piena di edifici con mattoni che danno l’idea di un posto molto caldo. Lì vicino è pieno di locali in cui fanno musica dal vivo. Mi domando se ci saranno passati anche quelle band che hanno fatto la storia (dagli Alice in chains ai Nirvana, dai Pearl jam ai Mudhoney e Soundgarden).
Mi ritrovo a Pike Street. Una marea di vita. Di persone diverse. Sento crescere dentro un’incredibile energia sociale. Per come sono fatta, non credo possa esistere un posto migliore per esprimere quello che sento. Ma c’è spazio anche là fuori. Sotto le stelle o semplicemente al buio.
Senza che me ne accorga, scalo il cielo sopra lo Space Needle. Mi sento maestosa, e per questo ancora più piccola. Tutta sudata, cammino con zaino. Ho il cuore gonfio e non so se stia bene o male. Che strano. Le nuvole, sono sempre così alte. Salgo e scendo da lassù. Come stordita. Come infatuata. Ho continuato a crederci. Crederci così.
Tutta la mia sensibilità che da tempo guardavo di sbieco come una pecca infantile di cui non potermi liberare e che consideravo un inutile spreco di energia, d’improvviso mi rendo conto che è un motore. E che per qualcuno è stato un pazzesco propellente per fare veri e propri miracoli.
Non ho ancora trovato un minuto per riposarmi. Più tardi, con dei temporanei compagni di alloggio, mi affloscio in una sentimentale malinconia nell’ascoltare le lettere di sconosciuti che ti raccontano di loro. E questo è sublime, tipo i resti di alcuni cocci per capirci. E io vorrei entrarci dentro ma non so come fare.
Poi qualcuno mi ascolta, e divento davvero le mie parole.





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