Le acque color fango si agitano per il rapido passaggio delle barche. Il vento porta ai nostri volti l’odore del carburante mischiato all’aria fresca che si respira sui fiumi. Il Mekong, ampio e immenso.
Mitico per quella generazione che ha sentito parlare del Vietnam come di un paese lontano, ma protagonista di una guerra sentita come estremamente vicina. Inquietante e allo stesso affascinante nell’immaginario di coloro che hanno visto il film cult Apocalypse Now.
Il mio gruppo ed io, a bordo di una barchetta apparentemente poco affidabile, risaliamo uno dei nove bracci in cui si divide il delta del Mekong. La superficie del fiume, vastissima, è limitata solo dal cielo, così ampio da impressionare profondamente chi, come me, è abituato a vivere in città.
Ma la parte più interessante inizia quando ci si addentra negli stretti canali che si diramano partendo dal corso principale del Mekong, e che creano una fittissima rete di comunicazione. Percorrendoli si rischia di venire colpiti dal fogliame degli alberi, tanto queste viuzze d’acqua sono anguste.
In mezzo alla foltissima vegetazione si scorgono casette un po’ degradate e cadenti, con i panni stesi fuori, e si intravedono esili donne con il cappellino tipico a punta che si spostano in bicicletta lungo vicoletti che costeggiano l’acqua.
Ogni tanto, navigando, incrociamo barche strette e abbastanza lunghe, cariche di frutti esotici. Gli uomini che trasportano le merci talvolta sorridono a noi turisti che fotografiamo, con aria incuriosita, ciò che costituisce la loro più ovvia realtà.
Tornando su uno dei rami principali dell’estuario, quella sorta di intimità, che ci avvolgeva nei meandri della foresta attorno ai canali interni, viene sostituita di nuovo da spazi incredibilmente ampi. In lontananza, dopo essere stati circondati solo da acqua e cielo per un tempo abbastanza lungo, si inizia a intravvedere un agglomerato di baracche su palafitte, e un certo viavai di imbarcazioni.
“La Venezia vietnamita”, ci dice la guida: così chiamano quest’area che si affaccia su un’insenatura del Mekong, centro di raccolta delle merci che vengono prodotte nella zona del delta. Catapecchie che fungono da case o da magazzini, tutte costruite in lamiere, legna e fogliame secco su palafitte.
Le abitazioni si aprono direttamente sul fiume, cosicché è possibile, per chi passa, vedere perfettamente l’interno di alcune stanze. Il disordine e la miseria vi dominano; le pareti, dipinte in colori fatiscenti, sono scrostate; oggetti di ogni sorta sono gettati qua e là.
Un uomo, magro ed esile come quasi tutti i vietnamiti, passa il tempo, seduto all’interno della sua caotica e cadente casa, a guardare il passaggio di barche sul fiume. Altri, invece, si danno un gran da fare a trasportare cumuli di frutta, verdura e sacchi di riso ai magazzini. Da questa ‘Venezia’ locale le merci vengono distribuite ai mercati del paese.
La sicurezza qui non è di certo ciò a cui si pone maggiore attenzione: alcuni camminano incautamente sopra i teloni che coprono le barche; bambini molto piccoli spuntano in mezzo a carichi di banane o in bilico sulla sponda del fiume – e ci salutano; la legna con cui sono costruite le chiatte è evidentemente corrosa dal vento, dalla pioggia monsonica e dal fiume.
Un mondo brulicante, vivace e complesso, immerso in una natura selvaggia che tende a conquistare ogni spazio possibile. Il delta del Mekong svela la reale vita quotidiana di un luogo profondamente carico di significati storici.





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Mi è venuta voglia di andare in vietnam da quando su fb ho seguito un diario di viaggio culinario tra i sapori e i profumi di quei luoghi.
Deve essere un paese affascinante, ma a tratti insolito.