Dehli, Forte Rosso (Lal Qila) © Manjeet Bawa
L’onda umana fa della notte un villaggio splendente che condensa in primavera tutta la nostra forza di bordo. Il riparo dell’accattonaggio perdura nell’inseguire. Cedo. Cerco di svagarmi. Tutti i cani dormono ancora. Me lo spiego senza ricorrere a molli pezzi di ghiaccio. Andreste avanti a leggermi se sapeste che guardo ancora le stesse storie che ricordavo già da bambino?
Un momento. Un’attesa che ti sfibra, e poi l’arrivo. C’era qualcosa in sospeso in India. Un tempo, dall’altro capo del mondo, c’era una persona che non si faceva vedere. Adesso sono di nuovo qua. Avvolto dal suono dei fedeli e dei turisti. Nella storia di un’altra cultura. Niente campanili. L’immensità di un palazzo rosso. Il Forte di Delhi.
Faccio oscurità dentro di me. E così la vivo. Faccio spazio da quanto resuscitato. Salgo i gradini e inizio a scrutare l’orizzonte. Sono costretto a dissetarmi di continuo a causa dell’elevata temperatura. Continuo a osservare inebetito. Spengo la barriera musicale che mi separa dal mondo.
Sto per recarmi al Taj Mahal, quando un poco lontano palazzo mi ruba l’inquadratura. Trattasi del Forte Rosso (traduzione italiana di Lal Qil’ah o Lal Qila), situato lungo il fiume Yamuna (il più grande affluente del Gange, lungo oltre milletrecento chilometri, la cui sorgente è a Yamunotri, nell’Uttarakhand Himalaya) e all’estremità orientale di Shahjahanabad, settima città musulmana nell’area di Delhi. L’edificio fu il palazzo di Gran Mogol Shah Jahan.
Le mura (dal cui materiale deriva il nome del maestoso edificio) sono lunghe due chilometri e mezzo. Non mi dispiacerebbe farci sopra una corsa. Avessi gli arti giusti, lo farei. A nord-est confinano con un edificio ancora più antico, il forte di Salimgarh, una fortezza difensiva costruita da Islam Shah Suri nel 1546.
La costruzione del palazzo invece iniziò solo nel 1638, per poi essere completato dieci anni dopo. Complesso più visitato della Delhi vecchia, ogni 15 agosto, giorno in cui l’India conquistò l’indipendenza dall’Inghilterra, il Primo Ministro, viene a tenere un discorso alla nazione. Il colore rosato mi ricorda un po’ quell’unica area di Palazzo Ducale, dove un tempo il Doge parlava al popolo.
Perlustro ogni angolo. Riesco per un po’ a intrufolarmi in una comitiva spagnola, e mi facci guidare dalle spiegazioni. Immancabilmente vengo scoperto, e non so perché, vengo non vengo sbattuto fuori. Arrivo insieme a loro fino alla porta principale (Naqqar Khana, casa dei tamburi) che prende il nome dalla galleria musicale che si trova al piano superiore. A quel punto, torno ai miei pensieri.
Sono simile a questo giorno, colgo limoni caldi svitando il clamore dei linguaggi che oscillano. Ho cercato un’espressione diabolica per tutto il tempo che ho viaggiato da solo. Questo momento è simile a me. E’ un processo temporale in cui sono riuscito a smaltire la pazienza di un eroe…per quelli che ci riescono e ci sono riusciti, li aspetto senza l’ansia di alcuna decisione.
"India e Nordest: il Mercato del Terzo Millennio" di Stefano Beggiora - Libreria Editrice Cafoscarina, 2008

Si dice spesso che l’India, in realtà, è un continente. Non solo per la sua vasta superficie, ma soprattutto per l’ampia gamma di emozioni, alle volte tra loro contrapposte, che regala a chi la sa apprezzare.

Ultima tappa e ultima dimensione. Genova vista dalle balconate panoramiche apre l’anima a emozioni forti e sempre più intense. Come lo spirito di questa città.

Il ritratto di un uomo minuto che per il suo popolo diventò “La Grande Anima” e che con il pensiero e la strategia della non violenza segnò per sempre la via della pace.