Ma perché non sono rimasto al mare? Lo ammetto, un pensiero di questo tipo ha attraversato la mia mente mentre mi (quasi) arrampicavo nell’ultimo tratto di salita che mi sta conducendo al rifugio Pian della Cengia.
L’inerzia è in pre-allarme, perché le gambe iniziano a fare i capricci. Poi però recupero un po’ di fiato, semplicemente osservando ciò che mi sto lasciando alle spalle. Natura allo stato puro. Vien quasi voglia di gettarsi nel vuoto e librarsi in volo. Per il momento però, è meglio soprassedere.
È evidente che qui il sole non è incisivo come altrove. Un breve tratto di nevaio s’intromette sul cammino. Non c’è altra strada se non attraversarlo. Bisogna stare attenti a non scivolare. Non c’è lo strapiombo, d’accordo ma una caduta lungo un ghiaione non è una di quelle esperienze che ho messo in conto di voler fare.
Un più esperto “scalatore” mi consiglia di piantare bene i talloni della neve ad ogni passo che farò nella neve. La tattica si dimostra vincente. Ma nell’attraversarlo scorgo due nomi scritti sulla neve, uno maschile e uno femminile. Il marchio della passione non conosce confini.
Arrivati in cima, dopo l’estenuante salita, è l’ora del panico totale. Non c’è nulla, solo le indicazioni. Ma dove diavolo sarà questo rifugio? Da lontano vedo un ponticello di legno che per un attimo mi dà l’idea sia sopra il vuoto. Una sensazione mi immobilizza le gambe.
Decido ad ogni modo di proseguire e scopro che era solo un’illusione. In effetti si trattava solo di assi di legno posizionate sulla roccia. Saranno stati i crampi della fame, o che altro. Comunque sono ancora in marcia, quando girato l’angolo (roccia), finalmente lo vedo. Il rifugio Pian della Cengia.
D’improvviso le forze ritornano, e più scattante di un velocista alla finale olimpica, si entra nel rifugio per degustare le specialità locali e prendersi il meritato riposo. La t-shirt è fradicia. I capelli pure. I muscoli provati. Ma quanta soddisfazione. Una risatina semi-isterica (di trionfo) ed esausta accompagna la prima conversazione in quota. Poi finalmente arriva il cibo.
Non si può non tuffarsi nel sapore dei canederli (knodel), tipico piatto della cucina tirolese, che consistono in soffici palle di pane farcite di speck e formaggio. Ci sono poi le varianti col burro fuso, in brodo, agli spinaci. In cotal sede, sono state tutte provate. Per chiudere, non può mancare strudel. Un trionfo di dolcezza gustato come non mai.
Il tempo stringe. L’autobus dal rifugio Auronzo aspetta. Qualche nuova fotografia, e poi si parte. In discesa. Come camosci al galoppo. Saltellando a zig-zag per frenare e non prendere eccessiva velocità. Si corre e si ammira. Ritrovo il Locatelli, le Tre Cime di Lavaredo e l’Auronzo. Mi congedo col migliore dei miei inchini. Ave ave Dolomiti.





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