Assos © Fede Ranghino
E’ pomeriggio inoltrato e i colori intorno a noi si scaldano. Lasciamo Troia in silenzio e riprendiamo la statale E87 verso sud: la destinazione è Behram, la greca colonia egea di Assos. La strada è una fune tesa di asfalto liso. Intorno il verde intensissimo dei campi e rare bancarelle di frutta e verdura.
Ad Ayvacik abbandoniamo la statale per tuffarci nel nulla e salire sulle colline che ci separano dal mare. La terra è rossa e la vegetazione scura. Ormai la strada è poco più che una mulattiera e incrociamo altre automobili sempre più raramente. Siamo stanchi e quasi temiamo di esserci persi.
Scavalchiamo l’ennesima collina, tra i tonfi del del muso troppo basso della Alfa, e in lontananza svetta l’acropoli di Assos, dietro il mare e la greca isola di Lesbo avvolta nella foschia. Attraversiamo il villaggio di Behram e una ripidissima discesa ci porta sulla costa e in un altro luogo del tempo.
Siamo tra i magazzini e le antiche case di pietra dei marinai a picco sul mare. La strada, lastricata di pietra, è strettissima e ingombra dei tavoli dei ristoranti. Sfiniti da dodici ore di viaggio, ci imbuchiamo in un parcheggio sterrato. Un ragazzino turco gesticola che non possiamo restare, è il parcheggio di un camping. Ma contrattando in Turchia si ottiene quasi tutto.
Scarichiamo i bagagli e iniziamo la ricerca di un posto per dormire: in tutto abbiamo cinque possibilità, ci va bene alla terza: Assos Behram Hotel. La stanza è carina, un sottotetto impossibile per due “giganti” occidentali.
Scendiamo in strada al tramonto tra la gente che passeggia prima della cena. Ovunque è pietra che parla di centinaia di anni di lotta contro il mare e il sale. La strada è il lungomare e gioielli incandescenti sono le lanterne gialle e arancio. Un fazzoletto di paese, la conferma che le piccole cose preziose esistono e sono stupefacenti.
L’atmosfera è satura di allegra serenità e la musica è ovunque: quasi ogni albergo ha il suo duo, i repertori tradizionali e internazionali fanno a pugni nell’aria.
Ci sediamo ai tavoli del nostro albergo. Ci serve con estrema cortesia una ragazzo sulla ventina, l’unico a masticare un po’ d’inglese. Mangiamo alla turca: prima i mezel, gli antipasti, poi la portata principale: è il trionfo della verdura e del pesce. Abituati alle produzioni industriali, al pesce congelato abbiamo dimenticato la freschezza e la fragranza. Ogni boccone è piacere puro.
La mattina dopo colazione corriamo in spiaggia. E’ stretta, pietrosa e affollata, tanto che gli albergatori hanno costruito palafitte di legno che si protendono nel mare per far spazio ai bagnanti. Intorno a noi i paradossi della turchia: donne in costume da bagno o completamente coperte dai burka islamici.
Ragazzi e ragazze affittano enormi cuscini dai colori vivaci su cui mettersi comodi, prendere il sole e leggere. Il mare è splendido, cristallino.
La sera prima della partenza, i nostri ospiti ci hanno festeggiato: il menu è stato scelto da loro. Il tonno, che la mattina avevamo visto trasportato a braccia appena pescato, è stata la nostra portata principe: tagliato come uno spezzatino e cotto lentamente nel suo grasso. Un piatto incredibile, una rotonda sorpresa di sapori.
Di fronte a noi, l’isola di Lesbo è affollata del turismo internazionale. Noi ad Assos, sulla costa sbagliata, abbiamo trascorso giorni di una serenità profonda, quasi toccante.
"Tre uomini in bicicletta" di Paolo Rumiz, Francesco Altan - Feltrinelli, 2002

Dal cuore dell’India a Brescia a bordo di moto e auto leggendarie: cosa non si è disposti a fare per sostenere un progetto sulla scolarizzazione infantile, senza rinunciare al gusto dell’avventura.

Istanbul è una città immensa, ogni quartiere ha i suoi caratteri, le sue espressioni. Fare jogging lungo il Bosforo in primavera può risvegliare atmosfere inaspettate.

Le emozioni di un viaggio attraverso una terra di confine e scambio tra le culture, assaporando colori, profumi e sapori nel contrasto tra mito e modernità.