Viaggi
Assos © Fede Ranghino
Da Istanbul ad Assos: le terre del mito (3)
E’ pomeriggio inoltrato e i colori intorno a noi si scaldano. Lasciamo Troia in silenzio e riprendiamo la statale E87 verso sud: la destinazione è Behram, la greca colonia egea di Assos. La strada è una fune tesa di asfalto liso. Intorno il verde intensissimo dei campi e rare bancarelle di frutta e verdura.
Ad Ayvacik abbandoniamo la statale per tuffarci nel nulla e salire sulle colline che ci separano dal mare. La terra è rossa e la vegetazione scura. Ormai la strada è poco più che una mulattiera e incrociamo altre automobili sempre più raramente. Siamo stanchi e quasi temiamo di esserci persi.
Scavalchiamo l’ennesima collina, tra i tonfi del del muso troppo basso della Alfa, e in lontananza svetta l’acropoli di Assos, dietro il mare e la greca isola di Lesbo avvolta nella foschia. Attraversiamo il villaggio di Behram e una ripidissima discesa ci porta sulla costa e in un altro luogo del tempo.
Siamo tra i magazzini e le antiche case di pietra dei marinai a picco sul mare. La strada, lastricata di pietra, è strettissima e ingombra dei tavoli dei ristoranti. Sfiniti da dodici ore di viaggio, ci imbuchiamo in un parcheggio sterrato. Un ragazzino turco gesticola che non possiamo restare, è il parcheggio di un camping. Ma contrattando in Turchia si ottiene quasi tutto.
Scarichiamo i bagagli e iniziamo la ricerca di un posto per dormire: in tutto abbiamo cinque possibilità, ci va bene alla terza: Assos Behram Hotel. La stanza è carina, un sottotetto impossibile per due “giganti” occidentali.
Scendiamo in strada al tramonto tra la gente che passeggia prima della cena. Ovunque è pietra che parla di centinaia di anni di lotta contro il mare e il sale. La strada è il lungomare e gioielli incandescenti sono le lanterne gialle e arancio. Un fazzoletto di paese, la conferma che le piccole cose preziose esistono e sono stupefacenti.
L’atmosfera è satura di allegra serenità e la musica è ovunque: quasi ogni albergo ha il suo duo, i repertori tradizionali e internazionali fanno a pugni nell’aria.
Ci sediamo ai tavoli del nostro albergo. Ci serve con estrema cortesia una ragazzo sulla ventina, l’unico a masticare un po’ d’inglese. Mangiamo alla turca: prima i mezel, gli antipasti, poi la portata principale: è il trionfo della verdura e del pesce. Abituati alle produzioni industriali, al pesce congelato abbiamo dimenticato la freschezza e la fragranza. Ogni boccone è piacere puro.
La mattina dopo colazione corriamo in spiaggia. E’ stretta, pietrosa e affollata, tanto che gli albergatori hanno costruito palafitte di legno che si protendono nel mare per far spazio ai bagnanti. Intorno a noi i paradossi della turchia: donne in costume da bagno o completamente coperte dai burka islamici.
Ragazzi e ragazze affittano enormi cuscini dai colori vivaci su cui mettersi comodi, prendere il sole e leggere. Il mare è splendido, cristallino.
La sera prima della partenza, i nostri ospiti ci hanno festeggiato: il menu è stato scelto da loro. Il tonno, che la mattina avevamo visto trasportato a braccia appena pescato, è stata la nostra portata principe: tagliato come uno spezzatino e cotto lentamente nel suo grasso. Un piatto incredibile, una rotonda sorpresa di sapori.
Di fronte a noi, l’isola di Lesbo è affollata del turismo internazionale. Noi ad Assos, sulla costa sbagliata, abbiamo trascorso giorni di una serenità profonda, quasi toccante.
Tre uomini in bicicletta
"Tre uomini in bicicletta" di Paolo Rumiz, Francesco Altan - Feltrinelli, 2002





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