Ho attraversato più volte il Bosforo. Dal balcone di casa la sponda asiatica sembra vicinissima. Ma non riesco ad abituarmi al passaggio in Asia.
Sul ponte del traghetto per Channakale vivo la stessa emozione. Mi vedo scavalcare quello stretto braccio di mare, girarmi verso est e sentirmi attraversare da una terra sconfinata.
La brezza è forte. Con noi non ci sono altri turisti: il traghetto è un autobus che porta da una città all’altra. I visi parlano di un popolo che perde definizione: tratti slavi, greci e arabi, abbronzati e sereni i passeggeri aspettano lo sbarco sulla costa asiatica.
Vicini alla riva il traghetto freme e le automobili si popolano, vivono e un po’ convulse tornano ruote a terra. Channakale ha l’odore del Gran Bazaar, la sfumatura di islam si accentua.
Presto la cittadina è alle nostre spalle, le strade diventano polverose e il panorama ocra. Viaggiamo verso sud-ovest sulla E87 cartina alla mano: stiamo cercando Troia, Truva in turco, il cuore del mito.
Gli abitati ormai sono incredibilmente rarefatti, si viaggia nel nulla, e la strada è terribile: niente segnaletica orizzontale, il manto è liso tanto da essere scivoloso, sdrucciolevole. Guidare diventa faticoso.
Svoltiamo a destra seguendo una stradina insignificante. Sembra impossibile che la presenza di Troia sia tanto timida. Parcheggiamo e non ci sembra di essere arrivati: un paio di chioschi di souvernir, la biglietteria e le barriere d’accesso al sito archeologico.
L’atmosfera è pigra, anche se le comitive e i grandi pullman non mancano.
Un cavallo di legno-castello ci accoglie poco oltre l’ingresso. Quasi ho un tuffo al cuore tanto è pacchiano e banale nella sua falsità. Ma poi vedo i bimbi e i ragazzini che s’intrufolano nel pancione, scorrazzano tra le zampe giocando agli achei. Sorrido e alleggerisco il tono: pacchiano ma doveroso.
Oltre c’è la vera Troia, quello che resta è un insieme spesso scomposto di massi. Il primo pensiero è per Schliemann, mio eroe di bambino, che seguendo le briciole di pane lasciate da Omero scavò la collina di Hissarlik contro l’opinione di tutti. Ed ebbe ragione.
Il vento è teso. Tra la macchia mediterranea e i ruderi fa capolino l’Egeo. Ho voglia di silenzio, della solennità che richiede una profondità storica di quasi cinquemila anni. Seguiamo l’itinerario fermandoci ai cartelli che ti spiegano cosa stai vedendo, quale strato di Troia hai di fronte.
Troia non è solo la città di Priamo, Ettore ed Elena. Troia è molte città: il primo abitato è neolitico, l’ultimo è romano: dodici strati. Sono gli strati di storia dell’uomo, più che degli edifici, che ti ammutoliscono.
Fiancheggiamo le mura, attraversiamo passerelle e siamo sotto il tendone che protegge il megaron. L’antichità è palpabile e si trasforma in maestosità quando ci troviamo di fronte alla rampa di pietra di accesso alla città.
L’incontro con Omero è inaspettato. Siamo sull’estremità occidentale della collina, di fronte la piana di Troia e a distanza il mare. I Dardanelli appena si intuiscono.
Il panorama si popola delle navi achee, di accampamenti e fuochi, stendardi e macchine da guerra. Dietro di me sento la paura dei troiani assediati e l’orgoglio della loro resistenza. Le grida di guerra rompono il vento.
Passeggiando mi si apre il cuore. Una profonda voce romanesca srotola i versi dell’Iliade. Mi giro verso quella voce con un nodo al cuore e capisco. Seduti su una panca, all’ombra di uno splendido e contorto olivo, una famiglia é raccolta intorno ad Omero.





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impossibile dimenticare l’emozione che la visita di Troia ti lascia dentro.
complimenti
Bellissimo… mette una gran voglia di partire. E per me, che amo infinitamente i racconti di Omero… quasi una lacrima.