Libertà nell’alba che sfiora la notte e profumo di mare nella musica che sfiora una domenica mattina pigra. I cartelloni a Cuba sorridono luccicanti promesse: sono ovunque, rigidi uomini di carta che ammiccano parole di vernice nera. Incitano battaglie, ricordano vincite.
Cuba è cresciuta scura e orgogliosa come le canne da zucchero che la popolano. Oggi Castro vive in un’isola che forse ha confini disegnati da una matita arrivata alla fine, un posto che esiste nella mente e si vuol far esistere ancora come sogno che perdura nonostante la luce del mattino incomba. Radio Rebelde oggi è una frequenza che si è persa, tra le interferenze del tempo dove ora ribelle è sintonizzarsi sui canali techno.
I cubani posizionano le tv fuori dalle case e si siedono sotto il fogliame di palma reale, mentre i bambini sono nugoli di api ronzanti, che corrono inventandosi giochi tra le strade polverose. La Habana è la più vecchia città delle Americhe, ha una faccia meticcia dove occhi neri come carbone si mescolano a quelli di bucaniere nordico che ancora sopravvive in questo sangue dalle molte radici.
Secondo la leggenda la capitale fu fondata nel 1515 nei rami d’ombra di un albero di ceiba. Città di fortezze, oggi i castillos sono ombre leggere sul porto, castelli di carta non più espugnabili incrostati di salsedine. Divenne il porto più difeso dei Caraibi. Le navi arrivavano nel porto cariche d’oro e di spezie, mercanzie, pirati e schiavi.
Imprendibile fino al 1762, La Habana sarà grezzo cuore del commercio di canna da zucchero e centro dei traffici spagnoli. Sanguinose quanto disperate le insurrezioni inzupparono il XIX secolo di sudore rivoluzionario. 1902: la Repubblica, sposa desiderata, fu finalmente proclamata. Giovane uccisa, ad essa si sostituirono presto le dittature.
La nonnina gentile qui è Granma di metallo che vide sbarcare i ribelli; ora anche carta stampata, è l’unico quotidiano su cui l’informazione cubana conti. Uscirono da quella nave i fratelli Castro, il Che e Camilo Cienfuegos, di cui mai si trovò traccia nel mare oscuro al largo dell’Avana dove cadde il suo aereo.
Hatuey fu il primo indio a ribellarsi contro i conquistadores. Catturato e bruciato vivo, rimane simbolo dell’indipendenza. Anch’egli corpo perduto, come disperse le braccia, le teste di idee di tutti gli uomini che il mare segreto ancora conserva in silenzio.
Reinaldo Arenas apolide, omosessuale, anticastrista, come egli stesso si considerava, rischiò di annegare, di essere ucciso a manganellate e assassinato dalle parole. Il mare tenne tra le braccia anche lui. E l’uomo passò, oltre le frontiere la libertà passa nei tagli, tra le maglie della rete, attraversa le spaccature della pelle e delle bocche che digrignano sangue nero.
Denti in frantumi, ma lingue che ancora parlano. Chi sono gli scrittori cubani? Dove gli artisti, i pensatori, gli anticonformisti? Le dittature inviadiano la bellezza perchè essa decide da sè dove fermarsi. Perchè la bellezza non si compra.
Vagabondando per la città, tra strade limpide di pulizia e i cartelloni arrugginiti di vecchi cinema dal nome che suona americano, vediamo stagliarsi la sagoma candida del Campiglio. Costruito nel 1929 quando dell’americanità si voleva copiare il nitore neoclassico, il Capitolio Nacional per uno scherzo della Storia appare fulgido e rassomigliante proprio al fratello e nemico di Washington.
Oggi ospita il Museo de Historia Natural. Cammino oltre la statua della Noble Habana, scolpita in marmo di Carrara dall’italiano Gaggini e guardo le insegne orientali che indicano l’ingresso al Barrio Chino.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




