Sul confine montuoso tra Veneto e Trentino-Alto Adige c’è anche lei, la Croda Rossa (Cima Dieci, 2965 m). Una ricca natura in quota ed echi di battaglie lontane nella sua storia millenaria. Sul Sentiero degli Alpini in particolare, e tutt’attorno le rocce potrebbero narrare di tragici scontri tra italiani e austriaci durante la I Guerra Mondiale. Oggi è un’oasi di pace. In questa stagione si scia che è un piacere. Sotto il sole, e con la neve che riflette estemporanei bagliori di bianca purezza. Con il vento che accompagna ogni movimento di discesa.
Attraversato tutto il Comelico e superato anche Passo Monte Croce (1636 m s.l.m.), entro nella provincia altoatesina di Bolzano. Una pratica cabinovia parte quasi a ridosso di Moso (Bz), piccola frazione del comune di Sesto (Sexten), il paese delle Tre Cime di Lavaredo e porta d’accesso per la vicina Val Pusteria. Il comodo mezzo di trasporto evita una faticosa salita a piedi di quasi seicento metri di dislivello. Ottima da fare d’estate, un po’ meno in questa stagione.
Qualche brivido a ogni passaggio di pilone (simile, ma in scala molto ridotta, a un vuoto d’aria d’aereo) mi fa guadagnare l’amicizia di un turista transalpino che gentilmente mi offre un corroborante pezzo di cioccolata. Si continua a salire, passando dai 1310 metri della valle montana agli oltre 1900 del rifugio della Croda Rossa. Sotto e davanti a me intanto, bosco e montagne traboccanti di neve.
Smonto ancora un po’ contratto, ma è solo un attimo. Mi bastano pochi secondi per cambiare stato. La vista di un branco di renne, sedute placide a riposare sulla neve fra lo sguardo esterrefatto dei bambini, mi sbalza in una dimensione parallela. I sussulti del viaggio sospeso nel vuoto sono già un lontano ricordo. Adesso sono tutto per loro.
Bianco sul bianco. Nell’immaginario collettivo la renna ha un solo significato: la slitta di Babbo Natale. Ma cosa importa se quella festività è ormai già passata, può essere natale in ogni istante se uno lo desidera. Incuriosito non poco da questi magnifici esemplari della famiglia dei Cervidi, mi metto a girare intorno, provando a chiamarli e catturare la loro attenzione con strampalati versi pseudo-animaleschi.
Ce ne sono alcuni bianchi, altri più castani. Altri misti. A differenza del cervo, anche le femmine possiedono corna (più correttamente chiamate “palchi”). Dopo una serie infinita di non so quali scatti, qualcuna di loro ricambia lo sguardo e mi fissa. Chissà a cosa starà pensando. Sarà lusingata, o in un ipotetico fumetto la sua vignetta sarebbe: “Ecco il solito turista della domenica rompiscatole”.
Da buon cittadino ficcanaso, inizio a camminare defilato a lato delle piste da sci. Non dovrei. E’ pericoloso, e sono anche a rischio multa. Mi metto a distanza di sicurezza dagli sciatori, camminando un po’ a fatica su un ampio spazio dove incontro pure qualche renna in libera uscita. Forse adesso sembriamo più simili di quanto lo siamo stati all’inizio. Nessuno di noi ha “quelle strane e lunghe cose” ai piedi con cui gli umani scivolano sulla neve.
Passa anche una slitta trainata da una renna, con un paio di bambini che sorridono festanti. Faccio qualche metro ancora e vedo un altro esemplare bianco. Solo. A pochi metri dal bosco, quasi fosse in procinto di accogliere una sua creatura. Poi si accorge (la renna) della mia presenza. Restiamo a squadrarci per almeno un paio di minuti. Occhiate d’intesa. Poi ognuno riprende il suo cammino. L’imponente Croda Rossa alle nostre spalle intanto, ci osserva serena.





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