Nella città più fashion delle Dolomiti, fra vette maestose e negozi alla moda, ci sono i ricordi di generazioni lontane. Cresciute sotto il boato dei cannoni. Che hanno scalato montagne senza la comoda e moderna attrezzatura dei giorni nostri. A Cortina d’Ampezzo (BL), si respira sempre aria di storia.
Dopo una più che piacevole incursione tutt’intorno al lago di Braies (BZ), prima di gonfiare le vele del ritorno, faccio tappa presso il celeberrimo comune bellunese, in cerca di nuova ispirazione. Non faccio a tempo a scendere dall’auto vicino al parcheggio delle corriere, attraverso la strada e subito un monumento mi appare tonante davanti a me.
Trattasi di Antonio Cantore (Sampierdarena, 1860 – Cortina d’Ampezzo, 20 luglio 1915), generale, eroe di guerra e medaglia d’oro al valore militare. Fu il primo comandante di alto grado a morire durante la I Guerra Mondiale (1914-1918). La tragica fine avvenne durante un giro di ricognizione mentre preparava il piano per impadronirsi della Forcella di Fontana Negra, e di lì piegare lo storico nemico asburgico.
Alla luce del suo temperamento ferreo e coraggioso, e già comandante della 3° Brigata Alpini, fu voluto nella zona dolomitica dal generale Luigi Cadorna in persona (nonché generale di Stato Maggiore). Dopo le prime vittorie contro gli austro-ungarici, anch’esso si dovette frenare nella guerra di trincea, fino al già citato epilogo.
L’iscrizione dedicata alla sua memoria parla chiaro: “Al Generale Antonio Cantore, anima eroica degli Alpini. Salda come le rupi che lo videro cadere colpito in fronte. Ardente come la fede per cui morì.” Un giro cittadino ed ecco che in un parchetto in centro, un busto con dedica richiama di nuovo la mia attenzione.
La composizione lapidea è dedicata ad Angelo Dibona (Cortina d’Ampezzo, 7 aprile 1879 –21 aprile 1956), alpino e guida alpina, e considerato tra i migliori arrampicatori del XX secolo, nonché nipote (da parte di madre) di Angelo Dimai, anch’esso guida alpina, che insieme all’austriaco Paul Grohmann, conquistarono numerose vette dolomitiche.
Un uomo che ha lasciato il segno sopra le rocce nostrane. Ben settanta vie ad alta quota portano il suo nome. Fra queste lo spigolo-nord della Cima Grande della Tre Cime di Lavaredo, e la parete nord di Cima Una (2598 m.), proprio la montagna da cui nell’ottobre 2007 cadde una frana (senza far vittime) nella vicina Val Fiscalina, a Sesto (BZ).
Si fa sempre più buio. Vedo uscire nuvole di fumo dai camini. Quanto ce ne sarebbe da farsi raccontare. Come i vecchi lupi di montagna, anziani dalla barba scolpita dal vento alto guardano il mondo che si trasforma e cambia ogni cosa. Ma dalla loro parte, lassù, ci sono le montagne. Loro restano lì. Con tutte le storie vissute e narrate sotto i loro granitici sentimenti.





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