Nel luglio del 2004 ho intrapreso il mio primo viaggio in quello sconfinato paese che è il Messico, limitandomi ad un tour guidato di 5 giorni nei maggiori siti maya dello Yucatan e a qualche giorno di relax lungo la costa che va da Cancan a Tulum.
Sole mare e sabbia, sono i tre elementi che attirano la maggior parte dei turisti nella penisola dello Yucatan. Il centro di maggior richiamo è Cancun, rinomata stazione balneare, vicino ai Carabi, nel nord-est. La maggior parte dei visitatori che ogni anno affollano questa zona si avventurano soltanto poco più a sud, lungo quella che è stata ribattezzata Riviera Maya, o intorno all’Isla Cozumel e all’Isla Mujeres. E nel resto della penisola? Nascosti nei bassi terreni coperti dalla jungla, vi sono siti maya, pigri villaggi e selvagge riserve.
Le grandi civiltà dei maya e degli aztechi, stupefacenti per il livello di conoscenza raggiunto, hanno donato al Messico molteplici aspetti sociali e culturali che vanno al di la del tempo e dello spazio. Emblematica prova dello splendore maya è la zona archeologica di Chichen Itzà.
Sull’origine delle genti che nel IX sec occuparono la zona, guidate da un capo che prese il nome di Kukullkàn si è discusso a lungo: erano tribù di lontana origine maya tornate in patria dopo varie migrazioni? O forse Tolteci, cacciati da Tula, e approdati nello Yucatan dopo lunghi viaggi per mare e per terra? Di certo il sito conserva un mirabile connubio tra elementi maya e tolteci.
Proprio El Castillo, l’edificio che domina il centro cerimoniale del sito, per i maya simbolo del mare primordiale della creazione, fu eretto dai tolteci al loro arrivo inglobando un più antico edificio sacro maya ed elevando sulla sommità un tempio al cui interno sono stati trovati un Chaac Mool e un trono a forma digiaguaro, dipinto di rosso e decorato con dischetti di giada per simulare le macchie del manto, di sicura derivazione tolteca.
Di dimensioni gigantesche, con una base di 55 metri per lato ed un’altezza di 30 metri, El Castillo è la celebrazione in pietra del divino Kukulkàn-Quetzalcóatl: le quattro scalinate hanno i parapetti ornati da lunghissimi serpenti piumati le cui fauci si aprono nel piazzale sottostante, mentre le colonne del tempio sono serpenti a sonagli la cui coda sostiene un architrave.
L’importanza dei calcoli astronomici è ribadita in tutto il monumento: le quattro scalinate che scandiscono la piramide contano ognuna 91 gradini per una somma totale di 364; se vi aggiungiamo l’unico gradino del tempio il conto finale è di 365, l’esatto numero dei giorni di un ciclo solare.
Il monumento funzionava, dunque, come una gigantesca meridiana, e non c’è niente di più emozionante dello spettacolo che offre al solstizio di primavera, quando il re-eroe Kukulkàn riappare: l’esatta posizione della piramide allineata con il sole crea una fila di ombre a forma di triangolo che scendono lungo la scalinata, rappresentando un serpente che, durante tutto il giorno, scende dal tempio fino alla base della piramide.
Per garantirsi un posto nel cosmo, i popoli precoloniali svilupparono sofisticati rituali, basati sulle loro osservazioni del sole, della luna e delle stelle. Le osservazioni astronomiche avvenivano dal Caracul, uno dei pochi edifici a pianta circolare del mondo maya e tolteco dove, utilizzando due semplici assicelle di legno incrociate, i sacerdoti seguivano il cammino del Sole e della Luna, studiando esattamente l’arrivo dei solstizi e degli equinozi.
In un mondo in cui tutto era permeato dal tocco divino, i sacerdoti-astronomi erano tenuti nella massima considerazione, poiché gli allineamenti degli astri e dei pianeti venivano visti come incontri o scontri tra divinità che in tale modo esprimevano il proprio volere. Poco distante il gigantesco Campo per il Gioco della Pelota ci lascia stupefatti: la corte misura circa 170 metri di lunghezza e circa 50 metri di larghezza, i muri laterali ornati da una fascia a forma di serpente, sono alti quasi 8 metri, mentre gli anelli sono fissati ad un’altezza di 7 metri e mezzo.
Guardando quei bersagli così alti viene spontaneo chiedersi come i giocatori potessero lanciare la pesante palla di caucciù fino lassù senza usare le mani, colpendola soltanto con i gomiti, le ginocchia e i fianchi. Le regole del gioco sono scolpite lungo la base dei muri e molte scene mostrano il rituale sacrificio dei perdenti per decapitazione.
Per la civiltà maya, infatti, anche il gioco era legato al culto del Sole che deve rinascere ogni giorno abbandonando le tenebre: il campo da gioco rappresenta la terra, mentre la palla simboleggia il sole, per cui il giocatore che lascia cadere la palla impedisce simbolicamente al sole di sorgere, e per questo deve essere sacrificato.
Chichén Itzà, come Uxmal, Tulum e Cobà, è uno tra i classici e più visitati siti maya, mentre il Gruppo del Rio Bec, insieme a Calakmul, rappresentano l’ultima attrazione per gli appassionati di storie maya. Ma non bisogna dimenticare che ogni villaggio dello Yucatan conserva le rovine di una piramide che si profila dietro una chiesa coloniale. Molti resti archeologici aspettano ancora oggi di essere portati alla luce, e i villaggi maya, caratterizzati dalle capanne di paglia, punteggiano l’interno, ricordandoci che gli attuali abitanti non hanno dimenticato i loro misteriosi predecessori.






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